Si era appena concluso
il carnevale nel resto d'Italia, ma in Lombardia si allunga di qualche
giorno come vuole la tradizione ambrosiana. Per questo, quando arrivai
nella minuscola stazione di Canzo con un treno lento e piuttosto antiquato
delle Ferrovie nord, notai due bambini in maschera e dei coriandoli
sparsi qua e là. Erano le due di un sabato pomeriggio del febbraio
1986 e un'ora dopo mi sarei incontrato con Salvatore Fiume per un'intervista,
che mi aveva accordato con qualche riluttanza. Sapevo che il Maestro
da molti anni aveva lasciato Milano, ritirandosi in un angolo sperduto
della provincia comasca, ma quando alle 15.00 in punto mi portò
con l'ascensore interno nel suo bellissimo studio privato, mi accorsi
che dell'antico cascinale ristrutturato nulla era rimasto e - come il
rospo della favola - il rudere di un tempo si era trasformato in un
palazzetto vero e proprio, una magnifica dimora dove Fiume viveva e
dipingeva in splendida solitudine.
"Perché ha scelto di isolarsi in un piccolo paese, poco
più di un villaggio?". "Anche questa è
una forma di presunzione, faccio sì che 'la montagna venga a
Maometto', ma ciò non è giudicato con simpatia. Io sono
rimasto un provinciale, un campagnolo che vive da solo e guarda la televisione
distrattamente". Rotto il ghiaccio, il famoso pittore delle
odalische dai colori sgargianti si rilassa fumando di continuo senza
dimostrare affatto i suoi 71 anni. Affabile ed elegante, risponde col
timbro rauco degli accaniti fumatori e quella cadenza sicula che non
ha mai perduto.
"Quali ricordi le sono rimasti della sua Sicilia?". "I
ricordi sono tanti, troppi e non sempre belli. Ho sentito presto il
richiamo di cieli lontani, l'antico sogno siciliano di uscire da una
terra di pochissimi colori per il sole accecante e di evadere da un
luogo talvolta avverso persino all'amore dove invece la donna è
più desiderata che in qualsiasi altro posto. Ma ci torno volentieri
in Sicilia, soprattutto perché mi piace litigare e poi la parte
gastronomica mi avvince sempre facendomi tornare bambino quando riscopro
in alcuni piatti il sapore della mia infanzia".
"Si dice che lei abbia avuto un debole per le donne - gli chiedo
a bruciapelo - per questo le dipinge sempre nei suoi quadri". Con
tono compiaciuto mi racconta che "una volta quando Quasimodo
vinse il premio Nobel per la letteratura (con Quasimodo ci siamo conosciuti
nel '36, entrambi con le pezze nel sedere) un signore milanese a tavola
ci chiese per quale motivo si era venuti al nord. Io e il poeta rispondemmo
all'unisono: per le donne! Ad una donna che ami possiamo raccontare
qualsiasi cosa e lei ci crede, in lei troviamo la persona che non ci
invidia e non ci giudica. Io ho dipinto donne di ogni colore, sono andato
in giro per il mondo cercando donne, portandomele in Italia, facendole
ripartire - un traffico da stazione ferroviaria! - e tutto ciò
andava a sublimarsi nella pittura
come quel famoso drago insaziabile
a cui si danno le vergini per calmarlo
". Tuttavia
il Maestro resta convinto che la famiglia sia un'istituzione perfetta,
formidabile per chi ne comprende il significato e gli insostituibili
valori.
Si dialoga sui temi della sua pittura e mi spiega che l'Arte deve suscitare
il piacere di guardare un quadro, deve rendere felici gli altri senza
angosciarli con colori deprimenti ed astruse elucubrazioni concettuali
da lui ritenute solo espressioni di mediocrità e d'impotenza.
Mi parla della sua indole gioiosa, di essere stato molto fortunato e
tanto amato dalle donne, dagli amici.
"Come giudica gli artisti della sua generazione?". "La
mia generazione, quella dei settantenni si è formata seriamente,
si può essere più o meno dotati, ma la serietà
non si discute. Certo i soldi hanno dato alla testa e parecchi si sono
alquanto 'prostituiti', ma ciò non toglie i loro meriti, né
oscura quello che di meglio hanno dipinto o la fatica fatta per raggiungere
certi livelli di mercato". "A proposito di mercato
dell'arte, che ne pensa di quello italiano e qual è la sua opinione
di mercanti e galleristi?" Il giudizio è impietoso: "in
Italia noi abbiamo dei bottegai, gente spesso impreparata sul piano
culturale e commerciale. Non sanno fare i mercanti! Pur di guadagnare
qualcosa vendono subito quello che hanno per le mani: il Novecento italiano
se lo sono venduto tutto immediatamente, per cui non hanno più
niente se non della roba pessima. C'è un'impreparazione che allarma,
pensi che di recente un mercante di Firenze mi ha portato otto quadri,
di cui quattro erano falsi. 'Ma come non vede che quei quattro sono
delle porcherie' - gli ho detto arrabbiato - la moglie è diventata
pallida. 'Signora lei diventa pallida ma ha un marito incompetente'
gliele canto senza pietà perché certa gente potrebbe vendere
anche orinali, non capisce niente di Arte". Sono sorpreso
da tanta veemenza e chiedo del povero collezionista che, in certi casi,
resta indifeso ed esposto all'impreparazione di chi gli vende un quadro.
"Il povero collezionista? - mi risponde Fiume sarcastico
- deve imparare a conoscere il quadro, a sapervi 'leggere' dentro:
in quel caso sarà il migliore difensore di se stesso. Ma se il
'povero collezionista' vuole solo diventare ricco, speculandoci sopra
e non pagando il giusto prezzo, è inevitabile che prenda clamorose
cantonate. Anche i critici sono interessati e nei loro articoli spesso
diventa difficile trovare giudizi onesti ed obiettivi".
Il discorso scivola sulla semplicità dei suoi gusti culinari,
mentre mi confida la sua predilezione per Piero della Francesca, fra
i pittori antichi, e De Chirico fra i moderni. All'improvviso mi parla
di Leopardi per il quale ha sempre provato un sentimento misto di attrazione
e repulsione "perché nonostante fosse uno sporcaccione,
forse un invertito, ha saputo scrivere versi di straordinaria sintesi
umana e poetica: Ma - a parte lui - non mi piacciono i poeti intimisti
che fanno il lamento e si vogliono far coccolare
hanno un bisogno
di essere coccolati che è una cosa indecente!"
A proposito di difetti, gli chiedo se lui pensa di averne. Candidamente
riconosce che il suo peggior difetto è la vanità: "Io
amo - ad esempio - la corona d'alloro e sono come un bambino che ha
bisogno di sentirsi vezzeggiato
non porto orologio, né
penna stilografica, non ho orpelli, catenine, braccialetti. Però,
caro De Rosa, le confesso che una corona d'alloro la porterei volentieri
per tutta la vita. Ci sono delle miserie che mi piace avere e sono sensibile
alle adulazioni(me le faccia pure)". "E' uno
che si vuole molto bene, Maestro!". "Molto. E
poi perché sono molto amato; come le ho detto, sono stato molto
amato dalle donne ed anche dagli amici: ne ho avuti di straordinari
che mi hanno voluto molto bene". "Immagino, quindi,
che intrattenga rapporti cordiali con i suoi illustri colleghi?"
"Io non so se è possibile averne. Nel '500 si tiravano
i sassi, nell'800 i francesi si cercavano, s'incontravano, bevevano,
nel periodo della Scapigliatura milanese si stava tutti assieme. Oggi
questo non avviene, un po' perché abbiamo da fare, un po' perché
i mercanti ci hanno messo gli uni contro gli altri. Un tale mi diceva:
se tu vuoi morire di crepacuore, basta avere un amico che parla male
di te ed un altro che te lo viene a raccontare".
Sono passate due ore e il telefono, per fortuna, ha squillato solo un
paio di volte. Siamo giunti alla fine dell'intervista. Mi resta il tempo
per un'ultima domanda e qualche foto che mi verrà concesso di
scattare prima di andarmene. Lo sfarzo della casa, dei mobili e gli
splendidi, enormi Fiume alle pareti mi suggeriscono di chiedergli
quanto importante sia per lui il denaro e quale dei suoi quadri preferisca.
"Il denaro è fondamentale! Certo non bisogna fare
cattive azioni per procurarselo. Mio padre diceva: 'l'umiltà
è una carissima amica, ma la miseria è una cattiva consigliera'.
Il mio quadro preferito? Se mi dessero lo spazio necessario, io prenderei
tutte le opere dipinte in una vita e, incollandole insieme, le risponderei:
ecco il mio quadro preferito!"
Diciott'anni sono ormai trascorsi da quell'intervista. Salvatore Fiume
avrebbe poi continuato a dipingere odalische e splendide figure femminili
dai colori sgargianti. Sarebbe scomparso nel 1997. Ricordo che, tornando
in stazione a prendere il treno per Milano, osservavo i bambini in maschera
che tiravano i coriandoli ai loro genitori. Era l'ultimo giorno del
carnevale ambrosiano.
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