Faceva freddo a Firenze in
quel mattino di dicembre del 1985 quando vi ero andato per intervistare
Pietro Annigoni in via degli Albizi 81, una strada del vecchio centro
storico. Il suo segretario - sig. Meacci che mi aveva fissato un appuntamento
alle 10.00 - mi fa accomodare nello studio del Maestro dove campeggia
il famoso Autoritratto del '49 esposto alla Royal Academy: un piccolo
dipinto che l'artista conserva gelosamente, forse perché segnò
l'inizio delle sue fortune anglosassoni e internazionali. Pochi minuti
dopo arriva l'anziano e corpulento Annigoni, fisicamente molto diverso
da quel celebre ritratto ma tanto affabile nel salutarmi, dicendosi
pronto a rispondere alle mie domande.
"Lei è considerato il più grande ritrattista del
mondo, erede della migliore tradizione rinascimentale. Quando osserva
il volto di una persona quali sentimenti le interessa scoprire nei lineamenti
fisici?" Mi risponde che in primo luogo gli interessano "l'umanità
e i sentimenti migliori dell'animo: la bontà, la generosità
e la spiritualità che possono ritrovarsi nella gente più
anonima a prescindere dalla loro storia personale o dalle condizioni
sociali. Anche il volto di un vecchio, di un povero mendicante può
esprimere un sogno, un desiderio che va al di là della sopravvivenza
fisica, del bisogno materiale. Talvolta ci sono dei volti molto sfuggenti,
ma devo dire che, nelle espressioni ingannevoli, ho sempre scoperto
soltanto la vanità". "E' stato definito più
volte un 'pittore del Rinascimento'. Si identifica in questa definizione?".
"Al di là delle inevitabili differenze fra un ritratto
del Rinascimento ed uno del signor Annigoni, io resto un uomo di oggi
che guarda una persona della nostra epoca con la dimensione intima ed
i sogni del suo tempo, diversi da quelli del passato anche se non sempre
migliori."
Suona il telefono e l'intervista s'interrompe per qualche minuto. Intuisco
dalle risposte che qualcuno sta chiamando dall'Inghilterra per una mostra
da organizzare a Londra.
Chiedo ad Annigoni quali tecniche solitamente adopera o predilige. "Ho
usato un po' tutte le tecniche e per i quadri adopero una tempera mista
un'emulsione della tradizionale tempera all'uovo con l'aggiunta di olio
e vernice: poi ovviamente amo molto l'affresco - purtroppo abbandonato
- che cerco di realizzare nel modo più ortodosso possibile, rifacendomi
ai trattati del Cennini, dell'Alberti e di altri. Anche nella Grafica
ho trovato soddisfazioni e per un certo periodo della mia vita ho realizzato
quasi esclusivamente acqueforti".
Milanese di nascita, Annigoni si trasferì a Firenze nel 1925
con i genitori quando aveva quindici anni. Fu subito attratto dalla
ricchezza delle opere d'arte e dalla bellezza dell'ambiente; al punto
che, quando la sua famiglia decise di tornare a Milano, egli volle fermarsi
nella città di Dante dove è rimasto fino al 1988, anno
della sua morte. Gli chiedo quali siano stati i suoi rapporti col pubblico,
la critica ed il mercato. "Con il pubblico posso dire che i
rapporti sono sempre stati cordiali sin dall'inizio: ho avuto una comprensione
che invece non ho riscontrato nella critica militante, la quale spesso
mi ha ignorato o piuttosto tartassato, definendomi 'il pittore delle
belle signore o delle regine'. Negli ultimi anni, dopo il successo internazionale
dei miei quadri, devo riconoscere che i critici mi hanno rivalutato.
Il mercato non di rado ha fatto 'combutta' con la critica cercando di
ignorarmi, anche perché io non ho voluto averci a che fare preferendo
un contatto diretto con i collezionisti. In ogni caso i miei rapporti
commerciali li faccio molto chiari, limpidi sin dall'inizio e non derogo
su questo che è l'unico modo per restare puliti. Umanamente anch'io
posso avere qualche lato debole, ma raramente la tentazione del denaro
ha potuto condizionare la mia ispirazione più sincera e indurmi
a compromessi".
Gli domando se ha mai scoperto un suo falso e quanto si ritenga danneggiato
dai falsari. Sorride bonario e mi risponde che "il falsario,
pover'uomo, è uno che cerca di sbarcare il lunario. Tuttavia
occorre fare una distinzione: un tempo, quando il livello artistico
era molto elevato, di falsari ce n'erano pochi e tutti dotati di mezzi
straordinari; oggi falsificare certi artisti, pure famosi, è
diventato molto più semplice e si sono moltiplicati i dipinti
contraffatti. Per quanto mi riguarda, ci si può limitare alle
cose più semplici - un disegno, uno schizzo - poiché le
opere più complesse, condotte ed eseguite in un certo modo, non
è tanto facile poterle falsificare. Per tutelarsi dalle truffe
sarebbe necessario che il collezionista acquistasse solo ciò
che ama, che sa 'vedere' senza limitarsi a far raccolta di firme o mirando
unicamente all'investimento. Chi compra l'opera con amore ed ammirazione
difficilmente casca nell'imbroglio".
L'intervista tocca i temi più disparati: il talento degli artisti
italiani dell'800, a suo parere sottovalutati rispetto agli impressionisti
francesi; i problemi di tanti pittori bravi e sconosciuti che faticano
ad affermarsi; la decadenza e la confusione delle Accademie che puntano
sui facili avanguardismi e formano artisti scadenti; la scarsa generosità
dei galleristi poco inclini ad agevolare i giovani più bravi
che non sono in grado di affrontare le spese rilevanti per l'allestimento
di una mostra. Gli chiedo quali siano, a suo parere, i valori che contano
di più nella vita di un uomo. "I valori che contano di
più sono quelli che ci insegna il Vangelo. La fede, in primo
luogo, che da anni cerco di conquistare. Vorrei avere una fede che purtroppo
non ho, ma desidero averla. La bontà, la generosità, la
tolleranza sono valori meravigliosi che andrebbero conquistati da ciascuno
di noi per arricchire l'esistenza nostra e quella degli altri. L'Arte
dovrebbe distribuire una qualche felicità agli uomini, dare un
momento di profonda gioia, rivelando significati cui non si pensava
o visioni che non si riusciva a vedere con lo sguardo di tutti i giorni".
Un giudizio sugli anni '80
sul tempo in cui viviamo: "purtroppo
lo giudico con molto pessimismo. Ho l'impressione che una crisi in atto
da anni vada sviluppandosi per raggiungere il suo culmine: basta guardarsi
attorno per restare sconvolti dall'abbrutimento morale che ci circonda.
Si pensi al dramma della droga, di tutti i giovani che subiscono tragicamente
le conseguenze di questa maledetta tentazione. La colpa però
è delle vecchie generazioni che si sono divertite, per un lungo
periodo, a distruggere le tradizioni, il passato migliore senza preoccuparsi
di costruire un presente valido e significativo. Anche l'inserimento
difficoltoso di molti giovani nel mondo del lavoro è causa di
alienazione. Se l'uomo potesse lavorare con la gioia di farlo ne trarrebbe,
anche inconsapevolmente, un beneficio esistenziale, una soddisfazione,
una pienezza spirituale che difficilmente può trovarsi altrove.
Viva la faccia del falegname che, una volta, protraeva la sua fatica
fino a mezzanotte per finire la seggiola di cui era insoddisfatto, senza
pensare al guadagno ma solo per amore del lavoro. Però è
squallida anche la 'droga dell'oblio' di coloro che, pur non assumendola
materialmente, dimenticano le loro responsabilità ed evadono
egoisticamente in ciò che di più futile e insignificante
la vita può offrirci"
A questo punto - verso mezzogiorno - rientra in scena il solerte
signor Meacci, segretario del Maestro, mentre l'indice e il medio della
sua mano assumono l'inconfondibile posizione della forbice: è
ora di concluderla l'intervista che sarà poi pubblicata sul periodico
d'arte La Vernice. Ne invierò alcune copie presso l'abitazione
di Annigoni. Tempo dopo, trovandomi a Firenze, passai a salutare il
Maestro, che resta ancora, a quindici anni dalla scomparsa, il più
grande ritrattista del Novecento. In quella circostanza mi ringrazierà
per avere riportato fedelmente le sue parole nell'intervista, donandomi
una magnifica acquaforte - un volto di donna - con dedica autografa
ad Adriana, mia moglie, che non aveva mai conosciuto.