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UN
ANNO DOPO
Fu nel settembre dello scorso anno che ebbe inizio la più
grave crisi economica conosciuta dall'Occidente dopo quella
disastrosa del 1929. Alla fine dell'estate 2008 Lehman-Brothers,
prestigiosa banca d'affari americana, diede inizio alla danza
macabra dei fallimenti a catena che avrebbero gettato
sul lastrico migliaia di dipendenti e bruciato i risparmi
di alcuni milioni di piccoli e grandi investitori in tutto
il mondo. Montagne di soldi 'distrutti' dalla cosiddetta finanza
creativa, gestita dagli speculatori attraverso prodotti
derivati, prestiti inesigibili e mutui immobiliari, rivenduti
come titoli-spazzatura agli ignari risparmiatori che
avevano ancora creduto alle bolle e alle balle
dei tanti promotori finanziari. Malafede e insipienza della
speculazione internazionale, da sempre convinta che il denaro
debba guadagnarsi senza la fatica del lavoro. Come aveva fatto
per anni Bernie Madoff, il settantenne truffatore da 65 miliardi
di dollari rastrellati e fatti sparire avvalendosi dello schema
Ponzi, la classica catena di Sant'Antonio in cui
i primi investitori guadagnano alti interessi e tutti gli
altri non rivedono più nulla dei loro soldi. Attualmente
Madoff sta scontando la pena di 150 anni di carcere in una
prigione della North Carolina in compagnia di mafiosi, spacciatori
ed un detenuto pedofilo che gli cucina la pizza.
Naturalmente era inevitabile che una crisi epocale
come questa influisse in tutti i settori del mercato artistico,
in particolare su quello della pittura contemporanea che maggiormente
aveva subito i rialzi della speculazione; basti pensare ad
alcune singolari installazioni pseudoartistiche vendute a
prezzi incredibilmente elevati. Ancora nelle aste di giugno
2008, alla vigilia del cataclisma finanziario, si ottenevano
record a ripetizione, alla stregua delle spensierate danze
dei passeggeri del Titanic poco prima che il transatlantico
affondasse. L'installazione "Ballon Flower"
di Jeff Koons fu aggiudicata a 25 milioni di dollari, la "Danseuse"
di Gino Severini ottenne la cifra record per un artista italiano
di 19 milioni di euro, "Ballerine alla sbarra"
di Degas raggiungevano 13,5 milioni di sterline e un ritratto
di Tamara de Lempicka toccava il prezzo più alto mai
pagato per l'artista con oltre 6 milioni di dollari. Il clou
delle vendite pre-crisi era raggiunto da Claude Monet col
suo "Lo stagno delle ninfee" un olio su
tela del 1919 che superava 51 milioni di dollari.
Tuttavia le aste d'ottobre e novembre 2008 indicavano che
la tendenza al rialzo era ormai esaurita; ne seguivano i ripensamenti
e le diffuse incertezze di collezionisti e mercanti che sempre
più numerosi non compravano quasi più, in attesa
degli sviluppi internazionali della recessione. La conseguenza
fu l'aumento esponenziale delle opere invendute e la rapida
discesa dei prezzi di riserva, ossia il crollo
di quella soglia minima (e segreta) sotto la quale un dipinto
non può in asta essere aggiudicato. Ciò naturalmente
comportava un ridimensionamento senza precedenti delle quotazioni,
un calo di valore che poteva sfiorare anche il 50%, soprattutto
per alcuni artisti contemporanei già fortemente sopravvalutati.
A poco più di un anno dal suo inizio la crisi economica
internazionale sembra aver superato la sua fase più
acuta, ma i segnali di ripresa stentano a manifestarsi in
modo evidente. A fine novembre erano 120 le banche americane
ad aver chiuso per bancarotta nel solo 2009; è in crescita
il prezzo del barile petrolifero, mentre il tasso di disoccupazione
non accenna ad invertire la tendenza negativa in tutti i paesi
industrializzati che hanno visto un'emorragia inarrestabile
di posti di lavoro perduti. Un segnale positivo sembrerebbe
giungere dal rialzo dei mercati azionari che, dopo il punto
più basso del 9 marzo, hanno invertito la discesa dei
listini recuperando una percentuale significativa delle capitalizzazioni
perdute.Almeno sino al 26 novembre scorso, quando il ricco
emirato del Dubai dichiarava la sospensione del pagamento
dei debiti per temporanea insolvenza, gettando nel panico
le Borse di tutto il mondo che crollavano di colpo, restando
sbigottite per l'imprevedibile crisi finanziaria di un paese
del Golfo produttore di petrolio.
D'altronde
era già ripreso a correre da mesi l'investimento ad
alto rischio, quello dei derivati, vere e proprie scommesse
finanziarie sulle aspettative economiche più estemporanee,
dalle oscillazioni dei cambi monetari al prezzo delle materie
prime o del cacao. Molti comuni italiani grandi e piccoli
hanno conosciuto cocenti delusioni, accumulando debiti
spropositati per aver tentato questa tipologia d'investimento
a rischio e dagli esiti tanto imprevedibili quanto disastrosi.
Dallo scorso marzo in avanti molte gallerie sono state costrette
a chiudere sia per le difficoltà incontrate nell'accesso
al credito, sia per la stagnazione prolungata delle vendite
fortemente penalizzate nel 2009 dal diffuso pessimismo psicologico
che ancora caratterizza il commercio mondiale. In un settore
come il mercato artistico nel quale le valenze emozionali
si rivelano determinanti per condurre una trattativa e concludere
la vendita di un'opera d'arte, la componente psicologica spesso
influenza in modo preponderante la decisione finale. Soprattutto
nelle transazioni private prevalgono suggestioni esterne che
possono decidere le sorti del mercato in un senso o nell'altro.
E' certo comunque che non si rivedranno più le cifre
folli pagate per incomprensibili astruserie come le due buffe
installazioni di Jeff Koons comprate nel 2008 per 23,5 e 25
milioni di dollari. Ne deriva una maggiore attenzione per
i valori estetici saldamente consolidati, ovvero per
le opere d'arte migliori dei secoli XIX e XX, sebbene i rari
capolavori in vendita vengano trattati privatamente per ragioni
di opportunità e riservatezza. Si mantengono ancora
elevate le quotazioni di opere importanti, ma poco conosciute
dal mercato perché custodite gelosamente per decenni
dai primi proprietari i cui eredi successivi s'affrettano
a vendere al migliore offerente.
Un bilancio della crisi sul mercato artistico può farsi
- un anno dopo - conoscendo già i risultati delle aste
newyorchesi di fine 2009. Certo se dovessimo valutare la situazione
attuale soffermandoci sui 43,7 milioni di dollari ottenuti
- mercoledì 11 novembre - dal dipinto di Andy Warhol
"200 one dollar bills" (1962), potremmo dire
che la crisi non c'è mai stata, restando sconosciuta
al mercato dell'arte americano. Soprattutto se si pensa che
il predetto dipinto veniva stimato dagli esperti 8/12 milioni
di dollari. Ci sono state altre aggiudicazioni significative,
fra cui un bronzo di Giacometti del 1951 venduto 19,3 milioni
di dollari, l'olio su tela "Buste d'homme"
dell'ultimo e meno quotato periodo di Picasso che ha esitato
oltre 10 milioni di dollari anche per le sue notevoli dimensioni
(195x130 cm.). Sono stati ottenuti due record personali assoluti
per Derain (14 milioni $) e van Dongen (13,8 milioni $). Un
bellissimo Kandinsky del 1932 che veniva stimato prudentemente
6 milioni di dollari ne ha avuti 10,6 mentre un dipinto di
Salvador Dalì - pagato 700.000 dollari nel 2002 - ha
trovato un compratore a 4 milioni.
Da questi ottimi risultati si potrebbe dedurre che la crisi
internazionale non abbia coinvolto il mercato dell'arte. Infatti
molti osservatori - più o meno interessati - ritengono
che a distanza di un anno si possa trarre un bilancio più
che positivo dalle vendite di novembre che tradizionalmente,
per le aste ed il mercato, costituisce il periodo più
favorevole. Tuttavia, ad un'analisi disincantata e attenta,
si scopre che molte opere importanti sono rimaste invendute:
Modigliani, Chagall, Magritte, due Warhol, un Picasso e tanti
altri ancora. I fatturati totali sono diminuiti rispetto allo
stesso periodo del 2008 ed è anche indicativo che un
magnifico olio su tela di Fantin-Latour - valutato 3 milioni
di dollari e degno di raddoppiare la stima - si sia invece
fermato a 1,7 milioni.
Naturalmente si tratta pur sempre di grandi cifre se paragonate
a quelle che vengono trattate sul mercato italiano, le cui
valutazioni al confronto diventano minuscole rispetto
alle aste americane. Per tutti, basti l'esempio del citato
Andy Warhol di cui un bel ritratto viene stimato, in
Italia, 150/200 mila euro ed un Mao del '72 poco più
di 100 mila euro. Di questi tempi, raramente in una sola seduta
all'incanto italiana si ottengono fatturati importanti,
soprattutto se mancano opere significative per bellezza, provenienza
e consolidata storicizzazione. Numerosi gli invenduti come
accaduto a Milano nella sessione serale di Christie's del
24 novembre dove su 63 lotti presentati 21 non hanno trovato
acquirenti.
Un anno dopo l'inizio della grande crisi anche per
il mercato dell'arte non è tutto oro quello che
luccica, nonostante la discreta tenuta delle quotazioni
per gli artisti più famosi e sempre ricercati dai collezionisti.
Non si è ripetuta invece la corsa agli acquisti di
opere d'arte che si ebbe in tutto il mondo dopo il crollo
di Wall Street dell'ottobre 1987, quando iniziò un
rialzo senza freni durato sino alla fine degli anni Ottanta,
mentre le opere di Van Gogh stabilivano record strabilianti
e senza precedenti come accadde per I Girasoli, Gli
Iris o Il ritratto del dottor Gachet. Furono soprattutto
i giapponesi a spingere alle stelle il mercato del pittore
olandese e degli impressionisti, lasciando un 'ricordo indelebile'
nella storia del mercato artistico e nei conti bancari di
qualche ricco collezionista o suo fortunato erede.
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