I GRANDI FALSARI
   

FALSI NELLA STORIA

Le prime notizie storiche di falsificazioni d’arte risalgono all’epoca romana come risulta dagli scritti di Plinio il Vecchio e Fedro i quali denunciarono alcuni artigiani del loro tempo che alteravano dolosamente sculture in marmo e manufatti d’argento, firmandoli con i nomi dei maestri greci Prassitele e Mirone. Nel Medioevo furono le reliquie cristiane ad essere ricercate con tale fanatismo che la domanda superava largamente l’offerta; ma ci pensarono i tanti falsari di reliquie a proporre una quantità inesauribile di schegge e chiodi della Croce, sacre culle di Gesù Bambino e sante spine, alcune delle quali ancora oggi si venerano nella religiosità popolare della vasta provincia italiana. Sempre nel corso dei secoli ci sono stati artigiani e artisti che imitavano lo stile dei maestri del passato, segnando spesso una dubbia linea di confine tra lecito ed illecito, ovvero tra imitatori dichiarati e falsari veri propri che spacciavano per autentiche opere d’arte contraffatte. Sul finire del ‘400 il pittore napoletano Colantuono fu conosciuto ed apprezzato come imitatore dei maestri fiamminghi e dei disegni di Durer; mentre un tal Tommaso della Porta fabbricava di nascosto teste greco-romane spacciandole per autentiche. Nel ‘600 il pittore Pietro Muttoni, detto ‘Vecchia’, dipinse molte tele attribuite al secolo precedente e persino un grande artista come Luca Giordano si cimentò con la falsificazione di perfetti Tiziano e Tintoretto. Nel Settecento il diffuso interesse per il mondo classico e l’archeologia stimolò la richiesta di reperti antichi che i nuovi scavi di Pompei ed Ercolano portavano alla luce: statue, terrecotte, bronzi, monete, medaglie, gioielli, dipinti murali e persino oggetti d’uso quotidiano diventarono merce preziosa e ricercata. Per tale motivo si moltiplicò una moltitudine di falsari in grado di soddisfare la pressante richiesta di antichità che proveniva dall’Italia e dall’estero. Il pittore Giuseppe Guerra riuscì a creare e a vendere delle false pitture antiche così perfette da essere arrestato come ladro e non come falsario, essendo stato accusato di averle rubate negli scavi di Pompei. Per dimostrare di non essere un ladro ed ottenere la clemenza del re di Napoli Ferdinando I, replicò in carcere i due falsi dipinti antichi per i quali era stato condannato.
L’Ottocento ampliò ulteriormente le richieste d’arte provenienti dai collezionisti stranieri che prediligevano soprattutto le opere italiane di qualsiasi epoca. Compratori inglesi, tedeschi e statunitensi ritenevano che possedere un reperto archeologico o un dipinto rinascimentale italiano costituisse uno status-simbol di grande prestigio. Persino un qualunque ‘souvenir d’Italie’ veniva ricercato ed apprezzato: migliaia di patacche approdarono nei ricchi salotti europei e d’oltreoceano, facendo bella mostra di sé di generazione in generazione. Tra i più abili falsari o pataccari del XIX secolo vanno ricordati i fratelli Alessandro e Augusto Castellani che riuscirono a creare falsi gioielli etruschi così perfetti da replicare esattamente la tecnica antica della granulazione in oro che rendeva le loro copie quasi indistinguibili dagli originali. Altri due fratelli scalpellini abilissimi, Pietro ed Enrico Pinelli, riprodussero magnificamente il Sarcofago etrusco di Cerveteri, datato al 500 a.C. e a loro dire ritrovato all’interno di una necropoli: acquistato a caro prezzo dal British Museum di Londra fu ammirato per anni nella sala ad esso dedicata, sino a quando si scoprì che quello splendido reperto archeologico era in realtà falso e, per questo, fu in gran fretta relegato e dimenticato nei sotterranei del museo.
Portare il presunto Sarcofago di Cerveteri in Inghilterra fu possibile perché in Italia mancava una legge che ne vietasse l’esportazione; almeno sino al 1902, quando venne varato il divieto di trasferire all’estero le opere artistiche di pregio e fu istituita la Notifica di Stato per impedire il depauperamento del patrimonio artistico nazionale, sebbene ladri, tombaroli e truffatori abbiano continuato, per tutto il Novecento, a saccheggiare clandestinamente ogni tipo di opera d’arte o reperto archeologico per venderli sia a privati che a musei stranieri di pochi scrupoli e spesso consapevoli dell’illecito trafugamento.
Con l’arrivo del Novecento l’opera d’arte fu anche considerata un bene economico su cui investire, soprattutto in Francia ed Inghilterra, mentre nuove tecniche scientifiche vennero perfezionate per smascherare le falsificazioni: analisi chimiche, radiografiche, spettrografiche diventeranno sempre più precise e sofisticate, sebbene sulle opere contemporanee non sia possibile smascherare falsi pigmenti chimici col metodo del piombo 210 o esaminarne la datazione con l’analisi della termoluminescenza come si fa per un reperto antico. Per i contemporanei ci si deve affidare all’autore, se vivente, oppure al parere di un esperto che può avvalersi solo del suo occhio e delle testimonianze documentali - quando ci sono - per ricostruire la storia dell’opera esaminata.
Il primo grande falsario del XX secolo fu Alceo Dossena, uno scultore cremonese con bottega a Roma, dotato di eccezionale bravura nel riprodurre marmi, terrecotte e statue lignee perfette nello stile e nella diversa epoca di attribuzione. A partire dagli anni ’20 i suoi ‘manufatti’ si diffusero nel mercato francese ingannando esperti, studiosi e persino un museo americano che acquistò una falsa Diana con cerbiatto per la cifra allora iperbolica di 56.000 dollari. Furono due mercanti disonesti ad arricchirsi con i falsi Dossena, mentre il geniale artigiano restò così povero da non poter pagare il funerale della moglie, né fu aiutato dai suoi complici. Per vendicarsi dell’ingratitudine si autodenunciò, ma nessuno gli avrebbe creduto se non avesse portato in tribunale disegni e fotografie come prove inconfutabili delle sue incredibili contraffazioni. Fra le due guerre un grande falsario fu certamente Van Meegeren, insuperabile nell’imitare i maestri olandesi del ‘600 ed, in particolare, Vermeer: se n’è parlato in un precedente articolo a lui esclusivamente dedicato. Nel secondo dopoguerra gli scandali si sarebbero moltiplicati di pari passo con la ripresa economica a partire dagli anni Cinquanta. Fu in tale periodo e nel decennio successivo che operò Elmyr de Hory il più abile e prolifico falsario di artisti francesi del movimento fauve, dell’impressionismo e post-impressionismo: Renoir, Matisse, Degas, Modigliani e persino un vivente come Chagall, noto per essere un implacabile cacciatore d’imbroglioni. Alcuni falsi dipinti di questi maestri furono acquistati ed esposti nei musei di New York, Tokio, Città del Capo e Stoccolma, né sappiamo con certezza se qualche capolavoro di de Hory sia ancora in circolazione. Nel 1967 il falsario decise di rivelare pubblicamente le sue malefatte nel film-documentario di Orson Welles “Fake” (“Falso”) e – senza la sua confessione spontanea - forse nessuno avrebbe mai saputo che erano suoi alcuni disegni di Matisse, a suo tempo giudicati dagli esperti migliori dei Matisse autentici dell’ultimo periodo. Grazie alla sua residenza in Spagna, dove non aveva mai infranto la legge, Elmyr de Hory se la cavò con appena sei mesi di carcere che trascorse tranquillamente nella prigione di Ibiza, lussuosa località turistica in cui era solito andare in vacanza.
Il più abile e temuto falsario di disegni antichi appartiene alla nostra epoca e si chiamava Eric Hebborn, inglese trapiantato in Italia dal 1960. Laureato alla Royal Academy fu in grado di realizzare dipinti e, soprattutto, perfette opere su carta con le tecniche e gli stili più diversi di Mantegna, Tiepolo, Rubens, Turner, Corot, Piranesi ed altri grandi maestri del passato. Disegnava su fogli da lui dolosamente e perfettamente invecchiati con un metodo artigianale che svelerà nel libro autobiografico “Manuale del falsario” in cui confessa come antichizzare la carta o la tela, imitare firme, iscrizioni, timbri e filigrane; oppure creare inchiostri e colori identici a quelli usati dagli antichi maestri. “L’arte del falso – scriveva Hebborn con spiritosa arguzia – è un’arte ‘da cucina’: uova per la tempera, latte come fissativo, mollica di pane come gomma da cancellare, patate per rimuovere macchie di grasso ed olio d’oliva per crearne di nuove”. Il suo libro-confessione mise in crisi molti famosi musei e collezionisti di ogni parte del mondo che si ritrovarono all’improvviso a possedere disegni antichi di dubbia autenticità. Nel 1996, alcuni mesi dopo la pubblicazione del suo “manuale del falsario”, Eric Hebborn venne ritrovato morto in un vicolo di Roma, in circostanze poco chiare e con la testa fracassata, forse per una caduta accidentale o per mano di un misterioso assassino che non è mai stato identificato.



Il falsario Eric Hebborn


Un falso Turner di Hebborn


Sacra culla” di Gesù Bambino

Un falso dipinto
eseguito nel ‘600

Falsa pittura pompeiana
di Giuseppe Guerra

Autentico Sarcofago etrusco


Falso Sarcofago di Cerveteri

Un falso Donatello di
Alceo Dossena

Il falsario Elmyr de Hory

Falso Modigliani di de Hory

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