MEDICINA E ARTE
   

MALATTIE D'ARTISTI

Molti artisti famosi d'ogni tempo hanno vissuto l'esperienza dolorosa della malattia che ne ha condizionato non solo le vicende private, ma anche la visione del mondo e la conseguente realizzazione pittorica dei loro capolavori: medicine, droghe e le più disparate patologie hanno spesso influenzato l'immaginazione e l'umore di tanti pittori. Persino lo stile dei loro periodi più creativi ha talvolta subito il disagio esistenziale della sofferenza fisica o mentale, sia con la ripetizione ossessiva di determinati soggetti oppure per la predominanza di particolari colori.
Nella secolare storia dell'arte, uno dei più sofferenti è stato certamente Vincent Van Gogh, considerato "il grande malato" per eccellenza. Non solo malanni fisici - come l'epilessia - ma soprattutto seri disturbi psichici lo affliggeranno costantemente, aggravandosi negli ultimi anni al punto da fargli recidere l'orecchio sinistro e ricoverarlo in manicomio. Poco tempo dopo un disperato colpo di pistola porrà termine alla sua vita ad appena 37 anni.
Dal 1880 il colore preferito da Van Gogh era stato il giallo, diventato predominante nei quadri dell'ultimo periodo. Oggi sappiamo che la predilezione di Vincent per il giallo era dovuta - in quegli anni - all'abuso che faceva di assenzio, un liquore altamente tossico perché agiva sul sistema nervoso, provocando allucinazioni, attacchi epilettici e la xantopia, ovvero la 'visione gialla' degli oggetti, in particolare di quelli bianchi o chiari.
Nel XIX secolo l'assenzio era la droga per eccellenza di cui facevano uso molti pittori impressionisti fra cui Toulouse-Lautrec, l'altro "grande infermo" di fine Ottocento, che apparteneva ad una delle più nobili e ricche famiglie di Francia. Una rara malattia ereditaria determinò una fragilità ossea che gli bloccò la crescita delle gambe. La tristezza per la deformità fisica lo allontanò dall'alta società cui apparteneva per nascita e - a Parigi - prese a frequentare teatri, caffè-concerto e, soprattutto, i bordelli di Montmartre. Vi ritrasse la vita quotidiana di ballerine, clown e prostitute cogliendo intensamente - dietro i lustrini ed i velluti della Belle Epoque - la solitudine e la struggente malinconia di quel mondo superficiale ed evanescente. Morirà - a 37 anni - alcolizzato e distrutto dalla sifilide nel 1901.
Secondo uno studio recente del neurologo australiano prof. Noel Dan, alcuni dei grandi capolavori impressionisti potrebbero essere stati tecnicamente influenzati dalla miopia avanzata di maestri quali Monet, Cezanne e Renoir. Il difetto visivo li avrebbe costretti ad osservare la realtà in modo confuso e a focalizzare meglio i colori più accesi, quali il rosso e il giallo. Per cui la straordinaria invenzione stilistica dell'impressionismo, la sua velata rappresentazione degli oggetti, la predominanza dei colori più vivaci verrebbero spiegate dalla miopia e dal testardo rifiuto di alcuni pittori a portare gli occhiali. Fra questi Pierre-Auguste Renoir che dal 1898 fu anche colpito da un'artrite deformante che lo costrinse a dipingere col pennello legato alla mano fino alla morte, avvenuta nel 1919.
Restando al periodo tardo-impressionista, sappiamo che fu la nonna materna ad iniziare Maurice Utrillo all'alcool per calmarne l'irrequietudine e sin da ragazzo si recava nelle osterie a bere, azzuffandosi spesso con gli avventori. A diciotto anni Utrillo ebbe il primo collasso etilico e purtroppo il vizio di bere non lo abbandonerà per tutta la vita. Verso i trent'anni cominciò a soffrire di delirium tremens e molti ne approfitteranno per comprargli i suoi meravigliosi quadri in cambio di una bottiglia di vino. Nonostante i problemi di salute ed un tentato suicidio, la sua pittura riuscì ad imporsi e divenne un artista famoso cui fu assegnata anche la Legion d'onore. Ridotto fisicamente in condizioni critiche e sfruttato da parenti avidi, negli ultimi anni continuò a dipingere opere scadenti per la gioia postuma dei falsari, perché sarà poi difficile distinguere un suo mediocre dipinto dell'ultimo periodo dai molti falsi Utrillo che iniziarono a circolare dopo la sua morte nel 1955.
Anche Michelangelo trasfigurava in alcuni personaggi delle sue opere i molti disturbi che lo affliggevano. Soffriva di depressione e nel volto triste di Geremia, una delle 400 figure che compongono l'affresco della Cappella Sistina, è risaputo che l'artista volle rappresentare un suo autoritratto; ma basterebbe soffermarsi sull'estrema malinconia di quel volto per comprendere quella che oggi verrebbe diagnosticata come la 'sindrome maniaco-depressiva' di Michelangelo. Oltre a ciò, era afflitto da calcoli renali e dalla gotta causata da un'intossicazione da piombo, presente allora nel rivestimento dei contenitori del vino in terracotta. E il genio fiorentino, ossessionato dal suo lavoro, si alimentava per molti giorni solo col pane ed il vino, diventato - a sua insaputa - tossico per i reni che accumulavano acido urico, provocando la dolorosissima gotta che lo afflisse sino alla morte.
Sarebbe interessante approfondire la correlazione fra storia della medicina e storia dell'arte per valutare, attraverso l'analisi iconografica di alcune opere, i sistemi percettivi ed emotivi alterati di grandi pittori, affetti da gravi malattie mentali quali la schizofrenia e la sindrome maniaco-depressiva. Certamente l'encefalopatia che colpì il celebre pittore spagnolo del '700 Francisco Goya fu per lui causa di una profonda depressione e i quadri degli ultimi anni vennero popolati da figure allucinate e scene raccapriccianti di "mostri generati dal sonno della ragione", come lui stesso ebbe a scrivere. Risalendo alla seconda metà del '400, scopriamo nella pittura dell'olandese Hieronymus Bosch le alterazioni anatomiche di molti personaggi. Nel suo ultimo capolavoro del 1516, "Salita al monte Calvario", Cristo che porta la croce è circondato da visi mostruosi e deformi che rappresentano simbolicamente la diffusa presenza del peccato fra gli uomini. Tuttavia non sappiamo se - attraverso una rappresentazione grottesca e deformata - Bosch volesse ironizzare sulle debolezze dell'umanità oppure se la sua visione alterata della realtà derivasse da un profondo e allucinatorio disagio psichico.
Benvenuto Cellini, fra i massimi scultori di ogni tempo, era affetto dalla sifilide ma rifiutava di curarsi con il mercurio, per secoli unico palliativo in grado di attenuare la progressione della grave malattia venerea. Cellini riteneva tossico il metallo, poiché aveva già rischiato di morire quando alcuni malfattori tentarono di ucciderlo avvelenandogli un'insalata proprio con del mercurio. Stette malissimo e si salvò per miracolo, ma da quel giorno si riprese egregiamente in salute e la sua sifilide migliorò decisamente. Il suo capolavoro in bronzo "Perseo con la testa di Medusa" poggia su un piedistallo in cui è raffigurato Mercurio accanto a Venere, dea dell'amore, della bellezza, ma anche delle malattie veneree: in tal modo lo scultore volle rappresentare la causa e la cura della sua malattia.
All'età di sedici anni Amedeo Modigliani fu colpito da tubercolosi polmonare. Pur reagendo bene alla malattia, le sue energie intermittenti non gli consentirono di assecondare la sua vera e grande passione per la scultura. L'intaglio diretto della pietra, infatti, esigeva uno sforzo fisico di cui non fu capace in modo adeguato e sistematico. Per questo dovette dedicarsi quasi esclusivamente alla pittura e di lui ci restano appena venti sculture in pietra di cui solo due terminate completamente. Anche Modì fu un gran bevitore, devastato nel fisico dal delirium tremens, dalla scarsa alimentazione e, infine, da una meningite tubercolare che in pochi giorni lo condusse alla morte, a trentasei anni, il 20 gennaio 1920.
La pittrice messicana Frida Kahlo, vissuta nella prima metà del '900, si ammalò di poliomielite a cinque anni e fece di tutto per recuperare l'uso della gamba destra; ma un disgraziato incidente col torpedone - a diciott'anni - le fratturò la spina dorsale, subendo 32 operazioni senza potersi mai più liberare da un lancinante dolore alla schiena. Nella vita privata fu molto allegra e combattiva, riversando solo nei suoi dipinti la tristezza, l'angoscia e la sofferenza contro cui volle sempre opporsi col coraggio e la dignità di una donna.
Il pittore norvegese Edvard Munch si ritiene fosse affetto da sindrome schizoide. Il famoso capolavoro intitolato "L'urlo" o "Il grido", secondo lo studioso californiano Paul Wolfe, sarebbe la rappresentazione psicotica dell'artista o forse della sorella Laura che soffriva di schizofrenia. Il contenuto di questo dipinto-icona - eseguito in più versioni - raffigura una persona che si rifiuta di ascoltare il suo stesso urlo di dolore e riassume nel modo più emblematico tutta l'angoscia esistenziale dell'uomo contemporaneo, le ansie e le inquietudini del Novecento.
Lo stesso Munch riguardando la sua opera più celebre affermò che "solo un folle poteva dipingerla".


Frida Kahlo subì la frattura
multipla della spina dorsale


Il capolavoro di Munch fu
sintomo della sua follia?


Van Gogh si recise l'orecchio
nel bordello di Arles

Edgar Degas: "L'assenzio"

Toulouse-Lautrec

Utrillo scambiò i suoi quadri
con una bottiglia di vino

Michelangelo soffriva
di gotta e depressione

Il capolavoro allucinato
e grottesco di Bosch

Benvenuto Cellini era
affetto da sifilide


Modigliani era malato
di tubercolosi polmonare

 


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