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VOLLARD
& CASTELLI
La
nascita del mercante d'arte moderno, inteso come commerciante
di quadri e scopritore di nuovi talenti, va storicizzata nella
Francia del secondo Ottocento al tempo in cui si creava e
diffondeva la pittura impressionista. Volendo riassumere la
storia del commercio artistico dalla fine del XIX secolo
ai nostri giorni attraverso una significativa esemplificazione,
vanno citate le storie del francese Ambroise Vollard
che inventò il mercato dell'arte europeo e del triestino
Leo Castelli che rivoluzionò quello americano attraverso
la scoperta e l'imposizione dei più grandi pittori
contemporanei d'oltreoceano.
Separati anagraficamente da ben 41 anni, essendo nati rispettivamente
nel 1866 e nel 1907, Vollard e Castelli appartengono a due
diverse epoche - l'Ottocento e il Novecento - ma entrambi
furono accomunati da una passione autentica per l'arte e da
un formidabile intuito che li indusse ad individuare e far
conoscere al mondo straordinari artisti innovativi, commerciando
- da precursori - quasi esclusivamente con dei veri e propri
capolavori che diventeranno storicamente tra i più
rappresentativi del loro tempo.
Vollard, nato nell'isola francese di Reunion, a vent'anni
si trasferì a Parigi per studiarvi giurisprudenza,
ma pochi anni dopo apre una galleria in rue Lafitte
l'unica strada dove allora si vendevano quadri ed in cui ci
si ritrovava presso la bottega del vecchio corniciaio papà
Tanguy che aveva generosamente fornito tele e colori -
in cambio di loro dipinti - a pittori poveri e sconosciuti
come Van Gogh, Gauguin, Cezanne e Pisarro. Da lui Vollard
acquistò nel 1893 gli "Scarponi" -
oggi al museo di Baltimora - il primo dipinto di Van Gogh
ad essere comprato con dei soldi, la prima vendita
di un suo quadro avvenuta solo tre anni dopo la morte. Nel
1894 Vollard - che ne ha compreso il genio - allestisce una
mostra del defunto pittore olandese, iniziando a trattarne
le opere e far conoscere l'artista che sarebbe diventato in
assoluto tra i più famosi, ammirati e costosi di ogni
tempo. Mercante esclusivo di Paul Cezanne gli organizza una
grande esposizione con 150 dipinti che 'scandalizzò'
critici e collezionisti poiché non piacque inizialmente
quel suo eccessivo realismo, così diverso dallo stile
impressionista che nel frattempo lo stesso Vollard andava
imponendo nel gusto del pubblico, grazie al suo intenso lavoro
pubblicistico ed editoriale.
L'affetto che molti pittori provavano per il loro mercante
fu tale che lo ritrassero numerose volte in una serie di quadri
che ce lo mostrano nei più insoliti atteggiamenti:
dal ritratto di Cezanne (1899) ai due di Renoir (1908 e 1917)
sino a quello di Bonnard (1924). Certamente il ritratto più
famoso resta quello che nel 1910 gli dedicò Pablo Picasso,
inventando con esso uno stile modernissimo ed un'opera che
viene considerata il capolavoro del Cubismo.
Dotato di una personalità eclettica, Ambroise Vollard
volle occuparsi anche di editoria d'arte pubblicando volumi
pregiati e arricchiti da illustrazioni, rimaste nella storia
della Grafica d'autore come le acqueforti di Chagall
o le incisioni di Roualt e Picasso. Fu il primo mercante
a creare artificiosamente attorno ai pittori un alone di esclusività,
raffinatezza e mistero nella convinzione che - per vendere
meglio e far crescere i prezzi - bisognava agire sull'immagine
dell'artista, esaltandone la personalità e la percezione
del pubblico con notizie ed articoli mirati. Una strategia
commerciale astuta e intelligente da cui avrebbero attinto
intere generazioni di mercanti d'arte.
Nel suo libro autobiografico "Ricordi di un mercante
di quadri" raccolse una serie di aneddoti che ne
evidenziano la personalità apparentemente sarcastica
e sorniona, ma sempre vigile e attenta sia nel cogliere il
talento degli artisti più geniali quanto nell'assecondare
la psicologia dei collezionisti che - diventato ormai famoso
- giungevano nella sua galleria parigina anche da Germania,
Russia e Stati Uniti. Per le complicanze di un incidente stradale,
Ambroise Vollard muore nel luglio 1939: gli orrori della seconda
guerra mondiale, in procinto d'iniziare, gli sarebbero stati
risparmiati.
Nello stesso anno in cui muore Vollard, un trentenne triestino
di buona famiglia ebraica apre una galleria d'arte a Parigi,
avvalendosi della collaborazione della moglie rumena Ileana.
Sarebbe diventato il più famoso mercante del Novecento,
conosciuto da tutti come Leo Castelli (cognome ereditato dalla
madre dopo il 1919 quando Trieste passò all'Italia).
Il padre Ernesto Krauss - banchiere d'origine ungherese -
pretese da lui prima la laurea in giurisprudenza e poi lo
inviò a Bucarest per arricchire il suo 'curriculum'
che sarebbe servito a realizzare il sogno proibito
di ogni genitore triestino, ovvero un posto fisso e ben remunerato
nelle Assicurazioni Generali, da sempre orgoglio e
passione della città giuliana. In Romania si innamorò
della figlia di un industriale, sposata poco dopo, che lo
affiancherà nella sua straordinaria avventura nel mondo
dell'arte, diventando lei stessa una figura leggendaria del
mercato col nome di Ileana Sonnabend. La coppia, anziché
tornare in Italia, decise di trasferirsi nella capitale francese
dove ebbe inizio la loro attività allestendo una mostra
dedicata ai surrealisti. Come si diceva, siamo nel 1939 e
il tempo della pace, della gioia è scaduto per lasciare
il posto al tempo della guerra e del dolore.
Castelli e la moglie si trasferiscono a New York e aprono
la prima galleria americana all'interno del loro appartamento,
dove transitano alcuni pittori allora sconosciuti che presto
sconvolgeranno il panorama di tutta l'arte statunitense.
Gli anni '40 e '50 saranno determinanti per la scoperta di
artisti straordinari che inventeranno la pittura contemporanea
e consacreranno la fama di geniale talent-scout del
mercante triestino, diventato ormai cittadino americano. Come
re Mida, ciò che tocca Leo Castelli diventa oro.
Espone e mette in vendita nel soggiorno della sua casa al
quarto piano dipinti entrati poi nella storia dell'arte e
che valgono oggi milioni di dollari. Sono i quadri degli espressionisti
astratti Pollock, De Kooning, Rothko; i bellissimi "combine-paintings"
di Robert Rauschenberg - scomparso lo scorso 13 maggio - le
"flags" e i "targets" di Jasper
Johns, i "giganteschi fumetti" di Roy Lichtenstein,
le "Campbell" di Andy Warhol, "l'astrazione
pura" di Frank Stella, i "segni narrativi"
di Cy Twombly. Nel 1957, per il suo cinquantesimo compleanno,
inaugura la prima vera galleria al 420 West Broadway
ed esporta nel mondo la Pop-art con cui dovrà
cimentarsi l'arte contemporanea degli anni '60. L'Europa,
in particolare, sarà a lungo colonizzata dagli
artisti statunitensi i cui prezzi cresceranno a dismisura,
soprattutto per le astute manovre pubblicistiche e commerciali
di Castelli. Un'energia ed una longevità professionale
fuori del comune, al punto da essere diventato un'icona vivente
del mercato internazionale alla soglia degli 80 anni. Numerosi
sono gli aneddoti di cui è costellata la storia professionale
di questo mercante, definito dal titolo di un volume a lui
dedicato lo scorso anno - per il centenario della nascita
- "l'italiano che inventò l'arte in America".
Tra le ragioni del suo successo va soprattutto annoverata
l'autentica passione per l'arte contemporanea di cui fu personalmente
un accanito collezionista. Seppe anche realizzare proficue
collaborazioni con le principali gallerie europee, che diffusero
l'arte americana del Novecento a cifre stellari e a volte
incomprensibili se confrontati con i prezzi più modesti
dei grandi maestri italiani. Castelli aveva, inoltre, compreso
l'importanza di vendere a collezionisti famosi per
la pubblicità mediatica ed il prestigio che essi avrebbero
conferito alle opere e agli artisti decidendo semplicemente
di acquistarli. Pare che dedicasse 15 minuti al giorno agli
sconosciuti che desideravano mostrargli i loro lavori, intrattenendo
sempre buoni rapporti con le nuove generazioni di pittori
e galleristi.
Un signore elegantissimo e sempre attratto dalla giovinezza
delle donne. A tal punto da essersi sposato - dopo la separazione
da Ileana - altre due volte: prima con una ragazza francese
di nome Toiny la cui unione durò poco per i frequenti
tradimenti di lui; poi, a 89 anni, con la trentenne Barbara
Bertozzi, studiosa d'arte giapponese e che anagraficamente
sarebbe potuta essere sua nipote. Muore, a 92 anni, nella
sua bella casa di Manhattan il 21 agosto 1999.
Soppiantato nell'ultimo periodo da nuovi galleristi rampanti
e di pochi scrupoli, si dice che sia morto povero. Ma non
ci crede nessuno.
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