|
ASPETTANDO
LA CRISI
Dall'inizio
di quest'anno analisti ed esperti si chiedono quanto peserà
sul mercato dell'arte la crisi economica che affligge il mondo
occidentale e di cui giornalmente avvertiamo le spiacevoli
conseguenze sui bilanci familiari? Nonostante le rassicurazioni
dei governi e i tentativi dei ministri economici di sottostimarla,
tutti sappiamo che il costo del barile di petrolio non è
mai stato così alto, né così cara un'oncia
d'oro oltre la soglia fatidica dei mille dollari, mentre la
moneta americana non si era mai tanto svalutata nella storia
del suo cambio ufficiale. Mercanti e collezionisti d'arte
sono preparati al peggio e restano perplessi per una situazione
economica internazionale, divenuta così precaria da
essere paragonata alla crisi finanziaria del 1929.
Tuttavia, a dispetto delle aspettative pessimistiche, il mercato
dell'arte ha continuato la sua crescita costante e negli ultimi
due anni i prezzi sono mediamente aumentati del 40%: basta
scorrere i listini delle case d'asta per riscontrarvi il moltiplicarsi
ininterrotto delle aggiudicazioni all'incanto. In realtà
l'apparente floridezza del mercato artistico viene influenzata
da una strisciante speculazione che tende a far crescere artificiosamente
i prezzi delle opere alla stregua della bolla immobiliare
che, in Italia soprattutto, ha fatto gonfiare a dismisura
le valutazioni delle case. Il fenomeno della speculazione
è tutt'altro che nuovo nel mondo dell'arte ma - rispetto
al passato - la vera novità va ricercata nell'ingresso
sul mercato di recenti e ricchissimi investitori russi, cinesi,
indiani che hanno immesso cospicui capitali sia nei circuiti
delle aste internazionali che nell'ambito delle più
discrete transazioni private. Anche gli sceicchi arabi, già
clienti formidabili del settore, si riaffacciano nelle gallerie
londinesi e hanno ripreso a comprare dipinti impressionisti,
moderni e contemporanei per 'alleggerire i loro forzieri'
e smonetizzare le ingenti liquidità che incassano
giornalmente dalla bolletta petrolifera di cui l'80%
va ai paesi produttori.
L'aumento generalizzato dei prezzi ha portato vantaggi e notevoli
guadagni a collezionisti ed addetti ai lavori, i quali
hanno visto i loro 100 euro, investiti in arte nel 2000, diventare
oggi 170, al contrario di quelli giocati in Borsa che
sono scesi a 90 o peggio per acquistare i bond decennali
americani, che ne valgono appena 72 a causa del cambio sfavorevole.
Nel mercato dei beni mobili soltanto l'oro ha fatto
meglio: 100 euro sono diventati oggi 250 con una 'perfomance'
senza precedenti, sebbene sia notorio che - quando si rivende
il 'metallo giallo' lavorato - esso venga deprezzato per un'antica
quanto discutibile consuetudine.
Per completezza d'informazione, va realisticamente ricordato
che un quadro non è come un Bot pronto a restituire
capitale ed interessi nel breve periodo di tre/sei mesi o
un anno. L'investimento d'arte si rivela vantaggioso quando
si rispettano tre regole fondamentali: 1) la pazienza
di sapere aspettare nel medio/lungo periodo; 2) l'accortezza
d'aver pagato per l'acquisto un prezzo equo; 3) la competenza
nell'aver scelto un'opera d'arte di qualità e opportunamente
garantita da affidabili expertises.
In ogni epoca e in ciascun tipo di commercio la speculazione
è sempre pronta a far lievitare pretestuosamente prezzi
e quotazioni per accrescere rapidamente i margini di guadagno.
Nel mercato dell'arte ci si può accordare - durante
un'asta - per rilanciare in coppia l'aggiudicazione di quel
determinato artista che si vuole rivalutare, avendone in casa
o in magazzino una quantità significativa di opere.
Naturalmente si tratta di manovre discutibili e poco 'trasparenti'
che si fanno a scapito dei piccoli e medi collezionisti o
mercanti che non sono certo in grado di competere con le offerte
al rialzo degli speculatori i quali possono allearsi in vere
e proprie consorterie d'affari.
Due anni fa gli esperti avevano previsto un crollo dei prezzi,
convinti che i picchi di vendita e i record d'asta fossero
già stati raggiunti. La previsione si è rivelata
errata e fra i risultati più importanti degli ultimi
tempi, ricordiamo Gustav Klimt che - dopo il record
mondiale assoluto di 135 milioni di dollari nel 2006 - ne
ha ottenuti 88 per la seconda versione del "Ritratto
di Adele Bloch-Bauer". Una delle "Arlesiane"
di Van Gogh è stata venduta a 32 milioni di
euro e un dipinto di Kirchner per 38 milioni di dollari,
mentre una tela del '53 di Joan Mirò ha raggiunto
la cifra per lui ragguardevole di 7,6 milioni di euro.
La pop-art e l'espressionismo astratto americani hanno macinato
un primato dopo l'altro: dal record per un dipinto contemporaneo
di Mark Rothko (72,8 milioni $) al "Cuore pendente"
di Jeff Koons - record per un artista vivente (23,5
milioni $) - sino a Willem de Kooning sempre conteso
dai collezionisti più ricchi di tutto il mondo. Il
successo commerciale del non figurativo riguarda anche
il mercato di alcuni artisti italiani del '900 come Boccioni
futurista, Vedova, Santomaso. Lo scorso 27 febbraio un ovale
bucherellato di Lucio Fontana, intitolato "La fine
di Dio" (1963), è stato conteso a Londra da
cinque compratori ed aggiudicato per 13,7 milioni di euro.
Solo Modigliani, fra gli italiani, ha fatto meglio ma Fontana
resta il secondo pittore più costoso del dopoguerra
dopo Bacon, il cui record è di 52,7 milioni di dollari.
Naturalmente è impensabile che una cifra simile possa
essere pagata in territorio italiano, neppure se andasse all'incanto
un capolavoro di Picasso del periodo rosa o blu. Le
ragioni? Sono molteplici, soprattutto di natura discrezionale
e i miliardari in euro si contano sulle dita di una mano
Ma allora dov'è questa crisi? In realtà
il mercato internazionale continua a reggere - come si è
detto - grazie ai nuovi ricchi dei Paesi emergenti e perché
banche e fondi d'investimento sono interessati ad acquisire
importanti collezioni d'arte.
Però sarebbe prudente stare in guardia e non scordare
i clamorosi tonfi del passato, quando - dopo il crollo del
'29 alla Borsa di Wall Street - un dipinto di Turner fu svenduto
per appena 94 sterline e due Braque per 110 cadauno, mentre
la caduta dei prezzi si protrasse per tutti gli anni Trenta
coinvolgendo persino gli Impressionisti francesi. Un
Degas pagato 21.000 sterline nel 1912 ne realizzò meno
di 4.000 nel 1938; a New York un dipinto di Millet comprato
prima della crisi per 31.000 sterline fu svenduto a 3.200.
Il numero delle opere aggiudicate nelle aste londinesi passò
dal totale di 130 dipinti - poco prima del venerdì
nero - alle misere otto tele vendute a stento nel 1932.
Si dovette aspettare sino agli anni Cinquanta prima di parlare
di una vera ripresa del mercato artistico, mentre in Italia
iniziò a decollare solo dal 1961, in coincidenza col
miracolo economico e l'allestimento della prima asta
milanese di risonanza nazionale. Si calcola che l'incremento
medio annuale dei quadri contemporanei fosse allora del 20%
con un'inflazione reale di poco superiore al 3%. Il ciclo
economico positivo s'interruppe nel 1973, quando l'economia
mondiale fu colpita da una crisi petrolifera senza
precedenti e il mercato dell'arte subì all'improvviso
un nuovo tracollo. Ci fu un vero e proprio blocco delle compravendite
e molti artisti che erano stati da poco rivalutati nei listini
videro dimezzarsi prezzi e quotazioni. Numerose gallerie d'arte
frettolosamente aperte furono chiuse altrettanto in fretta,
sommerse dai debiti e costrette a svendere - anche stupendi
quadri d'autore - ad un prezzo inferiore persino a quello
pagato direttamente all'artista. Negli anni a venire, come
sempre accade in simili circostanze, alcuni furbi si sarebbero
arricchiti avendo approfittato delle 'disgrazie altrui' e,
durante la ripresa degli anni Ottanta, ritornò l'euforia
degli investimenti in opere d'arte. Quando la Milano era
da bere vennero guadagnate cifre molto consistenti dai
soliti ignoti di pochi scrupoli che rimettevano in
vendita i magnifici dipinti o i suggestivi disegni, a suo
tempo acquistati a prezzo di saldi da collezionisti e colleghi
in difficoltà.
L'alternarsi dei 'cicli economici' ha sempre influenzato la
storia del mercato artistico, lasciandolo spesso oscillare
fra sorprese, entusiasmi e delusioni. Dalle cifre di vendita
ottenute di recente si potrebbe dedurre che l'attuale, gravissima
recessione non riguardi il mondo dell'arte e si stia ancora
aspettando la crisi. Purtroppo non è così.
|