IL MERCATO DELL’ARTE
   

ANTICO E MODERNO A CONFRONTO

Nell’iniziare un raffronto fra i due mercati dell’arte va precisato che al mercato antico appartengono per convenzione le opere realizzate fino a tutto il XVIII secolo, ovvero dalle origini sino alla fine del Settecento. Saltando l’Ottocento - che è un periodo a se stante e dalle particolari connotazioni economico-finanziarie - per mercato moderno s’intende letteralmente la prima metà del Novecento (contemporaneo si definisce il periodo successivo al 1950), ma quando ci si confronta con oggetti appartenuti ai secoli passati il termine moderno, per estensione, può genericamente definire la contemporaneità del XX secolo sino ai giorni nostri.
Scorrendo i listini d’asta ci si sorprende che il mercato dell’antico abbia valutazioni mediamente più basse rispetto alle opere del ventesimo secolo; anzi in molti casi le aggiudicazioni dei dipinti antichi avvengono senza clamori e a cifre assai lontane dalle notevoli somme versate per una firma famosa del ‘900. Va ricordato tuttavia che in ogni epoca il mercato a suo tempo contemporaneo è sempre stato più costoso rispetto a quello dei secoli precedenti: nell’Ottocento Turner da vivo costava più di un maestro del ‘700; quest’ultimo nel suo secolo era più ricercato di un pittore del ‘600. C’è da dire, inoltre, che il compratore d’arte ha sempre richiesto certezze sull’attribuzione che solo un contemporaneo poteva o potrebbe ancora garantire, soprattutto se vivente. L’arte antica infatti ha dovuto spesso fare i conti con i problemi derivanti dall’incerta attribuzione, poiché è una pittura che si presta – per sua natura - ad interventi di restauro a volte discutibili, a rielaborazioni ambigue di recupero finalizzate a supportare attribuzioni non veritiere ottenute col metodo ‘del portare ad essere’. Ad esempio, si può lavorare sul fondo-oro di un anonimo autore del XV secolo e ‘portarlo ad essere un altro’ attraverso interventi ingegnosi che potrebbero trasformare il lavoro di uno sconosciuto pittore senese del Quattrocento in un’opera del Sassetta o di Giovanni di Paolo. In questo caso chi sarebbe in grado di stabilire in assoluto la veridicità dell’attribuzione? Pochi esperti al mondo o, forse, nessuno.
Con la pittura moderna si può solo parlare di autentico e di falso. Non esistono - come per l’antico - la scuola, la bottega, gli allievi, né quel mondo di apprendisti che ruotava attorno agli antichi maestri e sul quale è possibile speculare sulle attribuzioni. Non solo, ma frequenti sono stati gli errori commessi in perfetta buonafede da storici dell’arte illustrissimi che dedicarono l’intera vita a studiare la pittura e gli artisti del Medioevo o del Rinascimento. C’è una ricca aneddotica sulle ‘cantonate’ degli studiosi e gli specialisti di arte antica. Vittima di un clamoroso errore attributivo fu il famoso mercante d’inizio Novecento, Joseph Duveen, il quale nel 1920 si rifiutò di mediare la compravendita de’ La belle Ferronière – dipinto attribuito a Leonardo da Vinci – perché il famoso storico e suo consulente Bernard Berenson lo aveva dichiarato falso, affermando che l’originale leonardesco era custodito al Louvre di Parigi. Sfumarono di colpo l’acquisto proposto dal Kansas City Museum, la cospicua vendita per la proprietaria del quadro e l’affare d’intermediazione per il mercante Duveen. Nove anni dopo, la predetta proprietaria e collezionista, Mrs Hahn, vinse in tribunale la causa intentata al mercante per la mancata vendita, limitandosi a citare il ‘famoso testo’ dello stesso Berenson sulla pittura italiana del Rinascimento in cui aveva affermato ‘senza ombra di dubbio’ che il citato Leonardo del Louvre “era un emerito falso”… . Altre volte Berenson si era rifiutato di redigere delle autentiche indicando presunti rifacimenti truffaldini, in realtà inesistenti e che sarebbero stati clamorosamente smentiti, nei decenni successivi, da più moderne analisi radiografiche e riflettografiche.
Un altro motivo per cui un dipinto degli ultimi 50/100 anni può costare più di un altro di molti secoli fa va ricercato nel fatto che un quadro moderno è quasi sempre integro, non deteriorato come può accadere alla pittura antica che necessita spesso di restauri difficili e costosi. Va anche detto che - contrariamente a ciò che si crede - un quadro antico può non essere compreso facilmente per gli astrusi significati simbolici che si celano dietro la sua apparente semplicità figurativa; per cui è indispensabile conoscere anche il contesto storico e culturale in cui quell’opera fu realizzata per poterla interpretare ed apprezzare adeguatamente.
Se non ci sono problemi a reperire ed acquistare il quadro di un artista contemporaneo, ciò non si ripete sul mercato dell’antico per la cronica carenza dell’offerta dovuta principalmente all’inevitabile rarefazione del prodotto. La scarsità delle opere riguarda non solo gli artisti storici ed i loro capolavori, gelosamente custoditi nei musei di tutto il mondo, ma anche dipinti appena significativi che si presentino senza incertezze attributive, né appaiano subito come ‘scarti di bottega’. La mancanza di ‘materia prima’ deprime il mercato dell’antico, come accade sempre per qualsiasi altro prodotto scarsamente visibile e di reperimento estremamente difficoltoso.
Talvolta il mercato moderno permette di appropriarsi di autentici capolavori che vengono pagati milioni di euro o di dollari. Quasi mai accade ciò per l’arte antica le cui opere più famose sono assolutamente fuori commercio: chi oserebbe solo pensare alla Gioconda di Leonardo o alla Pietà di Michelangelo che vanno in asta a Londra o New York?
Capita solo eccezionalmente che un capolavoro di arte antica venga messo in vendita. E’ accaduto alcuni anni fa quando i discendenti del duca inglese di Bedford, per difficoltà economiche, misero all’asta “Le Tre Grazie” di Antonio Canova, forse il suo marmo più bello, uno dei massimi capolavori della scultura d’ogni tempo. Lo stato britannico impedì che l’opera lasciasse il Regno Unito e l’acquistò per una cifra notevole, ma rimasta segreta. Oggi questo meraviglioso gruppo marmoreo canoviano fa bella mostra di sé nel museo nazionale scozzese di Edimburgo.
Il 10 luglio 2002 fu venduto per 49,5 milioni di sterline alla Sotheby’s il capolavoro di Peter Paul Rubens “La strage degli innocenti” (1609-10) che costituisce il record assoluto per un’opera antica. Vanno ancora ricordati i circa 20 milioni di sterline pagati nel 2000 per “Ritratto di signora di 62 anni” (1632) di Rembrandt e i 18,6 milioni di sterline nel 2005 per una ‘veduta veneziana’ del Canaletto dipinta nel 1730. I tre citati record d’asta sono stati ottenuti a Londra, vera e propria capitale mondiale della pittura antica e dell’antiquariato.
Nel trattare il mercato di un artista contemporaneo e vivente un gallerista può anche disporre di una quantità cospicua di opere, soprattutto se ha stipulato con lui un contratto in esclusiva. Ovviamente ha tutto l’interesse di mettere in pratica una strategia di vendita che faccia lievitare le quotazioni del suo ‘protetto’ nel modo più rapido ed efficace possibile. Strategia promozionale che può essere diretta attraverso una pubblicità sistematica e ben mirata, l’organizzazione di mostre, la pubblicazione di vere e proprie monografie; naturalmente si tratta d’investimenti anche cospicui che devono trovare, nel tempo, un ritorno economico adeguato. Una forma di promozione indiretta consiste nel mettere in asta una o più opere dell’artista in questione nella speranza che possano ottenere un prezzo più alto del suo listino medio, magari partecipando all’asta in modo non troppo elegante e disinteressato. Naturalmente l’escamotage del rialzo all’incanto può realizzarsi se l’artista è sufficientemente noto da essere accettato in un’asta di livello nazionale o internazionale.
Ad un ricco mercante di quadri antichi capita solo una tantum di vendere un bel ritratto fiammingo o un magnifico disegno leonardesco; quindi per lui non sarà mai possibile mettere in atto una strategia promozionale analoga a quella di un autore moderno. Né va dimenticato che quando si vuole portare all’estero un quadro antico innumerevoli vincoli burocratici ne bloccano spesso l’esportazione. La massima iattura per mercanti e collezionisti è costituita dalla Notifica, ovvero l’assoluto e perenne divieto imposto dallo Stato a vendere all’estero un’opera d’arte di rilevante interesse storico. Il divieto – che tende giustamente alla salvaguardia del patrimonio artistico nazionale - vale anche per un dipinto del ‘900 e, in questo caso, antico e moderno convergono nella perdita secca, ‘dolorosa’ e inevitabile del loro intrinseco valore commerciale, non potendosi presentare mai più al di fuori dei confini italiani per essere acquistati sulle ricche e prestigiose piazze internazionali.


“Le Tre Grazie” moderne
di Picasso


“Le Tre Grazie” di Antonio
Canova


Un affresco moderno
dall’aspetto antico

Olio su tela di W. Turner

Per un quadro antico conta
l’attribuzione certa

Un costoso dipinto
moderno di Dalì

La belle Ferroniere” attribuito
a Leonardo da Vinci

Lo storico dell’arte
Bernard Berenson

Impensabile di mettere
all’asta ‘La Pietà

Il ‘Rubens-record’ di
49,5 milioni di sterline

 © 2003 Giuseppe De Rosa All rights reserved

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