A partire dagli anni Cinquanta
il mercato dell'arte, praticamente fermo da un decennio, si riprese
lentamente dopo che la società europea del dopoguerra aveva curato
le sue ferite più profonde dando inizio ad un ciclo di
nuova espansione economica. Furono soprattutto i successi delle opere
impressioniste e del Novecento a trainare il settore dell'arte moderna:
nel 1952 presso la galleria parigina Charpentier si tennero alcune memorabili
aste in cui vennero venduti dipinti di eccezionale bellezza a cifre
impensabili appena un anno prima. Tutti i lotti all'incanto trovarono
un acquirente e da quel momento i successi furono continui: nel '53
fu messa all'asta la collezione Girardin, nel '54 a Londra vennero battuti
i magnifici dipinti della raccolta Rees Jeffreys, fra cui alcuni capolavori
di Picasso del periodo blu che suscitarono l'attenzione e l'interesse
internazionali per gli artisti del XX secolo come mai era accaduto prima.
Nel '56 fu dispersa all'incanto la collezione Pellerin ed, infine, il
triennio conclusivo dei Cinquanta fu chiuso annualmente da tre memorabili
vendite costituite rispettivamente dalle collezioni Thompson, Goldischmidt
e dalla prestigiosa Somerset Maugham. Il decennio 1950-1960 aveva sancito,
dopo Parigi, la definitiva affermazione di Londra e New York come grandi
capitali del mercato dell'arte, città in cui avvenivano
le transazioni più importanti e in grado di determinare le quotazioni
commerciali dell'arte moderna valide per il mondo intero. Durante gli
anni Cinquanta, l'Italia restò a guardare non esistendo un mercato
artistico vero e proprio, fatta eccezione per pochi collezionisti ed
uno sparuto gruppo di galleristi coraggiosi che vendevano esclusivamente
pittori italiani allora viventi, ma ormai celebri nel nostro paese,
i cui prezzi oscillavano nell'ordine delle centinaia di migliaia di
lire!
Fu la ripresa produttiva, l'indimenticabile boom del miracolo
economico - avvenuto tra il 1959 e il 1963 - a far nascere un vero e
proprio mercato dell'arte italiano, la cui data ufficiale d'inizio va
fissata nel novembre 1961 quando a Milano venne organizzata la prima
asta internazionale presso la neonata Finarte che presentò un
catalogo interessante e ricco di nomi importanti come Braque, De Chirico
e Morandi. Ne risultò un grande successo commerciale, superiore
ad ogni più ottimistica previsione al punto da indurre l'editore
Giulio Bolaffi a pubblicare, dopo qualche mese, il primo Catalogo
dell'arte moderna, alla cui prefazione si leggeva che "100.000
lire investite nel 1912 su alcuni artisti, come Boccioni o Cezanne,
avrebbero costituito cinquant'anni dopo un'ingente fortuna valutabile
almeno in trecento milioni di lire" (del 1962). Agli inizi degli
anni Sessanta il mercato italiano prediligeva i grandi maestri del '900
nazionale: Sironi, Carrà, De Pisis, De Chirico e l'incremento
annuale dei quadri di arte contemporanea poteva essere stimato nel 20%
quando l'inflazione era attorno al 4%.
Dal maggio 1962, con la crisi finanziaria di Wall Street, ci fu un rallentamento
nell'economia mondiale e anche nel mercato dell'arte si diffuse una
maggiore prudenza: all'asta londinese di Sotheby's molte opere furono
per la prima volta ritirate in mancanza di acquirenti, mentre subivano
un crollo generalizzato le quotazioni delle opere astratte e d'avanguardia.
Fu necessario attendere quattro anni perché si manifestasse una
significativa ripresa nelle contrattazioni e, in particolare, furono
i dipinti dei pittori surrealisti ad essere sempre più richiesti.
Per tale motivo, nell'ultimo scorcio degli anni Sessanta e agli inizi
del decennio successivo s'impennarono i prezzi di Dalì, Mirò,
Tanguy, Magritte e, in Italia, dei nostri futuristi Boccioni, Balla,
Severini. Il 10 marzo del 1971, in un'asta da Sotheby's, il dipinto
di grandi dimensioni Cristoforo Colombo scopre l'America di Salvador
Dalì fu comprato da un mercante al prezzo record per allora di
100.000 dollari. Anche l'Espressionismo tedesco ebbe una crescente espansione
se si pensa che una litografia acquarellata di Munch raggiunse all'asta
di Kornfeld, nel giugno del 1973, la considerevole cifra di 350.000
franchi svizzeri.
Ma già alla fine del 1973 l'economia mondiale fu travolta dal
peso della crisi petrolifera. Mentre si preparavano per gli italiani
i giorni dell'austerità, le domeniche a piedi,
la chiusura anticipata di bar e programmi televisivi, il mercato dell'arte
contemporanea fu schiantato dai colpi della più grande depressione
mai accaduta dalla fine della seconda guerra mondiale. Inflazione e
recessione - combinatesi insieme nel macabro neologismo di stagflazione
- paralizzarono le contrattazioni anche sugli artisti che avevano riscosso
i maggiori successi: la pop art americana che era stata gonfiata nelle
quotazioni dalla speculazione mercantile vide crollare i prezzi fino
al 50% e persino l'indiscussa celebrità di Andy Warhol si ridusse
al minimo. La crisi petrolifera si manifestò nel peggiore dei
modi tra il 1974 e il 1976, provocando in Italia la scomparsa di tantissime
gallerie frettolosamente inaugurate nell'euforia degli anni precedenti,
ma lasciando ora sul campo debiti insoluti, lacrime e sangue.
Molti operatori furono costretti a svendere per fronteggiare le difficoltà
finanziarie, svuotando i loro magazzini e commettendo l'imperdonabile
errore di disfarsi di bellissime opere che, da lì a pochi anni,
avrebbero spesso ricomprato (mangiandosi le mani) a prezzi raddoppiati.
Infatti dal 1977 si ebbero i primi segnali di un'imminente inversione
di tendenza sfociata progressivamente in un ciclo economico positivo,
il cui inizio verrà a coincidere con l'elezione del presidente
americano Ronald Reagan nel 1980.
Il calo dell'inflazione, la diminuzione del costo del petrolio, la massiccia
ripresa produttiva, l'ascesa inarrestabile della Borsa favorirono una
floridezza economica senza precedenti che attraverserà praticamente
tutti gli anni Ottanta. Nasce una classe di nuovi ricchi, yuppies
e speculatori finanziari alla ricerca di nuovi investimenti, alternativi
agli immobili tradizionali o al mercato azionario. Una quantità
senza precedenti di dollari, marchi e yen smaniosa di speculazioni diversificate
si riversa sulle opere d'arte facendo crescere a dismisura le quotazioni
non solo di artisti ormai storicizzati e dalla fama consolidata, ma
anche di giovani pittori trentenni dal curriculum breve, gestiti però
da mercanti col fiuto commerciale lungo. Il decennio fu caratterizzato
da una serie di record che sembravano non aver fine, raggiungendo il
culmine nel biennio 1988-89.
Le cifre sborsate pubblicamente all'asta per i maggiori impressionisti
furono incredibili, stratosferiche, superando a volte i venti, trenta
miliardi di lire per dipinto; si raggiunsero anche i cinquanta miliardi
per uno straordinario Picasso del periodo blu e i settanta per gli
Iris di Van Gogh. Furono soprattutto collezionisti, mercanti e fondazioni
giapponesi a spendere in capolavori, negli ultimi due anni Ottanta,
una cifra complessiva quantificabile in migliaia di miliardi, favoriti
da un generoso fisco nipponico che consentiva loro di scaricare dalle
tasse buona parte della somma pagata per un importante dipinto europeo.
Capolavori di Van Gogh, Renoir, Modigliani, Picasso e i grandi francesi
di fine Ottocento volarono verso il paese del Sol levante, acquistati
a prezzi mai più ripetutesi nel decennio successivo. Quale museo
o imprenditore occidentale avrebbero potuto permettersi di comprare
il Ritratto del dottor Gachet di Van Gogh a 82,5 milioni o Moulin
de la Galette di Renoir a 78,1 milioni di dollari?
Gli Ottanta costituiscono ancora oggi, per la storia del mercato dell'arte,
un'età dell'oro che non si sarebbe più ripetuta
nel decennio successivo, né agli inizi di questo nuovo millennio.
Ancora oggi ci si interroga sulle motivazioni economiche, sociologiche,
psicologiche che portarono all'esplosione incontenibile delle
quotazioni e all'accaparramento di opere impressioniste a qualsiasi
prezzo. Ci s'interroga soprattutto se i milioni di dollari pagati per
un solo dipinto possano considerarsi un buon investimento, alla luce
di quello che sarebbe accaduto nel corso di questi ultimi quindici anni,
ormai trascorsi dai quei giorni di clamorosi record d'asta.
Gli anni Novanta e il primo quinquennio del 2000 in un prossimo articolo.