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2009-1929:
IL TEMPO DELLE CRISI
Da
qualche tempo è in funzione a New York un "Monte
di pietà" in cui si può lasciare in
pegno un'opera d'arte che si potrà eventualmente
riscattare, entro un tempo prefissato, restituendo il prestito
ricevuto con l'aggiunta degli interessi che vanno dal 6% al
l6%.
Art Capital Group questo è il nome del nuovo
'banco dei pegni dell'arte' che accetta solo opere
importanti e quotate almeno 500 mila (cinquecentomila!) dollari,
capolavori d'ogni epoca che quasi sempre però finiscono
all'asta, visto che in questi brutti tempi di crisi anche
i ricchi piangono e spesso non sono più in grado
di far fronte ai debiti accumulati per le ingenti perdite
finanziarie degli ultimi mesi.
E' questo un esempio fra i tanti di come l'attuale recessione
mondiale - forse la peggiore della storia contemporanea -
non risparmi nessuno, neppure artisti del calibro di Julian
Schnabel che lascia in pegno alcune sue opere per un
prestito di 8 milioni di dollari; oppure la più famosa
fotografa americana, Annie Leibovitz, che ha ipotecato i diritti
sulla sua intera produzione, ottenendo da Art Capital Group
due linee di credito del valore complessivo di 15,5 milioni
di dollari. Persino Veronica Hearst, erede della più
ricca e famosa dinastia di editori americani, ha dovuto impegnare
due Rubens ed alcuni Warhol per fronteggiare le perdite borsistiche
e i tracolli finanziari; per cui numerosi capolavori di famiglia
fanno bella mostra di sé nei locali del citato "Banco
dei pegni" che si presenta come un'elegante e raffinata
galleria d'arte. Un altro 'Monte di pietà' - ArtLoan
con sede a San Francisco - forte delle generose leggi californiane
sul credito, chiede tassi d'interesse proibitivi sino al 24%
e presta mediamente non più di un terzo del valore
(stimato da loro) per ciascuna opera data in pegno che - se
non riscattata entro 18 mesi - sarà rivenduta ad una
cifra probabilmente raddoppiata o triplicata rispetto al credito
elargito. Per restare in California, molti divi del cinema
grandi collezionisti d'arte, compreso Steven Spielberg, il
più ricco regista d'ogni tempo, hanno perso montagne
di dollari nello scandalo Madoff, la colossale truffa
dell'omonimo finanziere, per anni tanto stimato quanto disonesto,
il quale col vecchio trucco della catena di Sant'Antonio
o "schema Ponzi"(dal nome del truffatore
italiano che lo inventò in USA negli anni '20) ha lasciato
una tale voragine di miliardi di dollari - sottratti ai risparmiatori
- da superare in profondità persino il buco
nero scavato pochi anni fa dal 'signor Parmalat', Callisto
Tanzi.
Nel tentativo di arginare il panico e ridare fiducia ai mercati,
il nuovo presidente americano Barack Obama le sta provando
tutte, mentre è sempre più incalzante il richiamo
storico al crollo di Wall Street e ai fallimenti bancari del
1929, cui seguirono una spaventosa disoccupazione e la Grande
Depressione degli anni '30. Certamente sono molte le analogie
con la crisi attuale, ma vanno ricordate anche le differenze
rispetto ad allora. In primo luogo non si conosceva la cosiddetta
globalizzazione ed i mercati restavano sostanzialmente chiusi
entro i confini nazionali; le banche americane ed europee
erano molto più piccole ed il volume erogato dei mutui-casa
era infinitamente minore rispetto a quello attuale dei famigerati
subprime. Soprattutto non esistevano le recenti alchimìe
monetarie, né quei titoli derivati che hanno
intossicato - come un'epidemia virulenta e contagiosa
- l'intero sistema finanziario mondiale. Stando agli attuali
listini borsistici e alla diffusa disoccupazione d'inizio
aprile, si può presumere che questa recessione si rivelerà
peggiore di quella iniziata 80 anni fa e che fu smaltita nel
corso di un ventennio, grazie alla ripresa produttiva americana
favorita paradossalmente dalla seconda guerra mondiale e dal
sangue versato in Europa da milioni di individui.
Durante gli anni '30 il mercato dell'arte subì praticamente
un tracollo verticale e sparirono dalle aste i grandi nomi
dell'arte moderna. Basti pensare che un'opera di Picasso riapparve
in asta solo nel 1937 e fu venduta per la misera somma di
157 sterline (centocinquantasette!!): dieci anni prima ne
avrebbe realizzato non meno di novemila. Due Braque passarono
di mano, nella stessa seduta, per 220 sterline e il 'Lago
di Thun' di William Turner fu aggiudicato a 94. Il bellissimo
dipinto di Edgar Degas intitolato 'Peigneuse' che,
nel 1912, era stato pagato 21.000 sterline fu rivenduto a
stento nel 1938 per circa 4.000 (lo scorso febbraio un bronzo
di Degas di 105 cm. raffigurante una 'piccola ballerina
quattordicenne' è stato aggiudicato al prezzo-record
di 13 milioni 257 mila sterline). I preimpressionisti, che
costavano moltissimo prima della crisi, subirono una catastrofica
caduta di valore: nel 1934 fu venduta per 3.000 sterline "Lesson
de tricot" di Millet che il collezionista Henry Clay
Frick aveva pagato 31.000 nel 1921. Un pittore molto ricercato
negli anni Venti era stato l'americano John Singer Sargent,
i cui splendidi ritratti dalla spiccata connotazione psicologica
venivano contesi sopra le 10.000 sterline, nel decennio successivo
si compravano a poche centinaia ed un autoritratto dell'artista
raggiunse a malapena le 900 sterline. Subito dopo il crollo
di Wall Street (ottobre '29) e prima che se ne rivelassero
le nefaste conseguenze sull'economia reale, il mercato dell'arte
sembrava uscirne indenne al punto che, a maggio del '30, "Le
Concert" di Matisse venne venduto per 165.000 franchi
francesi rispetto ai 20.000 pagati nel 1926. Fu l'ultimo
canto del cigno: poche settimane dopo il tonfo! 60%,70%,
80%, queste le percentuali che andarono mediamente perdute
nel valore delle opere d'arte e nella diminuzione reale dei
prezzi nel corso di tutti gli anni Trenta. Dal 1940 comincia
a riscontrarsi una ripresa nelle quotazioni degli impressionisti,
ma il mercato dell'arte nel suo insieme uscirà dalla
prolungata recessione solo dopo il 1950, consolidando il suo
definitivo sviluppo fra il 1954 e il 1961.
Sono trascorsi ottant'anni e le previsioni sulle capacità
del mercato artistico di reggere l'attuale 'tempesta perfetta'
- iniziata nell'estate del 2007 - non possono che essere pessimistiche
ed i primi tre mesi del 2009 hanno evidenziato le difficoltà
in cui si dibattono gli operatori del settore. A parte la
stretta creditizia che ha costretto alla chiusura alcune gallerie
d'arte europee e americane, in campo internazionale le grandi
case d'asta vedono ridursi progressivamente gli utili sia
per la crescita esponenziale dell'invenduto che per l'oggettivo
ridimensionamento delle valutazioni di ciascuna opera che
va all'incanto. Lo scorso 18 marzo, la prima asta di Sotheby's
nell'emirato del Qatar è stata un clamoroso flop perché
tutti i lotti più importanti sono rimasti senza un
compratore. Inoltre le aggiudicazioni degli ultimi mesi sembrano
tornate indietro di 15 anni; in particolare vengono penalizzati
i maestri della Pop Art e del Graffitismo statunitensi, come
Haring e Basquiat, ma anche tutti quegli autori che si erano
avvantaggiati delle 'bolle speculative' artificiosamente
procurate attraverso rialzi d'asta preordinati e pretestuosi.
In attesa del definitivo tramonto della finanza virtuale e
ingannevole che tanti guai ha procurato all'economia del mondo
intero, anche per il mercato dell'arte ci si aspetta un definitivo
'ritorno all'ordine', ovvero una più oggettiva
individuazione dei valori artistici in grado di assicurare
un'autentica gratificazione estetica e concettuale, non più
riconducibile a presunte invenzioni o assurde installazioni
pseudoartistiche. Inevitabilmente ne dovrà scaturire
una più realistica e seria attribuzione economica,
un drastico ridimensionamento delle quotazioni di tutti compresi
i grandi nomi storici dell'Ottocento e del Novecento. Chi
avrà strapagato opere anche importanti dovrà
rassegnarsi a non rivedere più, per molti anni, i soldi
sborsati, né le cifre stratosferiche di cui hanno parlato
spesso i mass-media. Dall'inizio di quest'anno si vendono
soltanto opere di qualità e ad un prezzo ragionevole:
a Londra e New York riappaiono i dipinti migliori dei grandi
maestri ancora in mani private, mentre in Italia - dove mai
hanno attecchito forme ridicole di speculazione - i collezionisti
sembrano adottare una tattica prudenziale e di attesa, trattenendo
le firme più importanti e le opere di maggiore qualità.
Chi vorrà il capolavoro di un famoso pittore italiano
del '900, dovrà rivolgersi all'estero e - con sua grande
sorpresa - probabilmente "gli sarà fatta una
proposta che non potrà rifiutare".
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