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TRUCCHI
D'AUTORE
Nel
corso dei secoli la storia dell'arte ha conosciuto un progressivo
modificarsi delle tecniche e dei materiali con cui un famoso
pittore o uno scultore hanno realizzato le loro opere, rivelatesi
spesso dei veri e propri capolavori. Certamente ogni artista
si è avvalso di personali stratagemmi per raggiungere
i risultati migliori
trucchi d'autore rimasti
in gran parte celati nel geloso riserbo di ciascuno e quasi
sempre portati dai maestri nella tomba assieme al loro
smisurato talento.
Soffermandoci sulla pittura, sappiamo che un tempo si ricercava
ossessivamente la perfetta somiglianza fra l'opera ed il modello;
per cui poter rappresentare la realtà nel modo più
fedele costituiva un imperativo categorico, soprattutto
tra il '500 e il '600. In particolare furono prima i pittori
fiamminghi, poi Caravaggio ed i suoi emulatori a realizzare
dipinti talmente somiglianti alle immagini reali da sembrare
una vera e propria fotografia quando essa era ancora lontana
dall'essere inventata. Si è avanzato il dubbio che,
dietro le capacità fotografiche e tanto perfetto
realismo dei maestri antichi, si nascondesse qualche 'espediente
illusionistico' alla stregua degli abili manipolatori della
'prestidigitazione'.
Sappiamo infatti che, a partire dal XVI secolo, alcuni pittori
si avvalevano di strumenti ottici per facilitare il loro lavoro;
ma non si pensava che grandi artisti come Van Dyck, Raffaello,
Vermeer, Velazques e Ingres utilizzassero spesso lenti e specchi
all'interno di un contenitore, una camera oscura con
cui proiettavano immagini sulla tela per tracciarne i contorni
del disegno. Tra questi è sorprendente scoprire che
anche il grande Caravaggio ricalcava le linee di un'immagine
proiettata per ricavarne i tratti di base, sebbene solo un
eccelso pittore ne avrebbe fatto scaturire un capolavoro indiscutibile.
La notizia dei trucchi ottici adoperati dal Caravaggio risale
a circa quindici anni fa, quando la nota restauratrice Roberta
Lapucci pubblicò alcuni articoli con i quali dimostrava
che l'impiego di sistemi ottici avesse lasciato tracce evidenti
in alcune delle sue opere, soprattutto nella prima versione
della Cena in Emmaus (1601), in cui è possibile
rilevare alcuni difetti dovuti alla difficoltà di mettere
a fuoco l'immagine proiettata con gli specchi. Ne conseguono
incredibili, ma evidenti errori nella dimensione delle mani
di San Pietro, nei volumi troppo piccoli della frutta e nella
stessa prospettiva degli oggetti presenti sul tavolo. Questi
ed altri elementi dimostrerebbero che Caravaggio ricorreva
ad immagini riflesse e, forse, per questo veniva accusato
dai contemporanei di non saper dipingere senza modelli da
ricalcare: in effetti non si conoscono suoi disegni e le radiografie
delle sue opere non mostrano tracce evidenti di schizzi preparatori.
Questo ci porta a concludere che il pittore bergamasco si
servisse dei modelli come gli attori sulla scena di un set
cinematografico, avvalendosi di espedienti ottici per proiettare
le immagini sulla tela alla stregua di moderne diapositive.
Molti altri artisti dopo di lui riuscirono a realizzare scorci
prospettici ed atteggiamenti facciali che - riflessi dalle
lenti - venivano rapidamente schizzati sulla tela, almeno
nei tratti essenziali, per poter cogliere l'espressività
più immediata dei volti oppure particolari condizioni
di luce come era solito fare il grande pittore Jan Vermeer.
Un esempio significativo lo si riscontra nel dipinto del 1672
La suonatrice di chitarra per la cui esecuzione il
maestro olandese si avvalse certamente della camera oscura
contenente un apparato di lenti e specchi che proiettavano
un'immagine rimpicciolita (simile a quella di una macchina
fotografica) sopra una superficie piatta. Dopo aver preparato
la tela fissandola sul telaio con piccoli cunei di legno posti
a 9 cm. di distanza, il pittore di Delft lavorava sull'immagine
che vi veniva riflessa stendendovi larghe zone di colore per
ottenervi il "modellato" attraverso strati di velature
leggere e sovrapposte, applicandovi infine piccole lumeggiature
puntinate con bianco di piombo o giallo ossido di
piombo. Quest'ultimo accorgimento consentì quello
stile straordinario che ha fatto di Vermeer un maestro
della luce unico ed inimitabile.
Molti trucchi d'autore innovativi furono realizzati
dagli impressionisti francesi che inventarono quella
tecnica rivoluzionaria di dipingere che, ancora oggi, viene
considerata una pietra miliare della storia dell'arte e pagata
in asta nell'ordine di milioni di euro o di dollari. I colori
spesso venivano applicati separatamente con pennellate all'apparenza
confuse, ma in realtà - se viste da lontano - molto
suggestive nel loro insieme compositivo che si rivela vibrante
di luminosa spontaneità. Ne sono uno storico esempio
i quadri di Renoir, il quale non adoperava mai i colori puri,
preferendo mescolarli con il bianco di piombo in proporzioni
diseguali per ricreare una luminosità particolare e
assai simile al pastello; Claude Monet preparava fondi chiari
(grigi, crema, beige) a base sottile per rendere visibile
la trama della tela, prediligendo alcune tinte in particolare
come il blu oltremare, il giallo di cadmio ed
il viola cobalto.
Uno dei segreti di Edgar Degas e dei suoi inimitabili
pastelli consisteva nel sovrapporre i colori a reticolo
in modo da lasciar scorgere le sottostanti tonalità
cromatiche. Inoltre adoperava sempre una carta ruvida, quasi
quadrata e di color crema sulla quale spruzzava un leggero
velo d'acqua per meglio ammorbidire il gessetto dei pastelli
e poterlo sfumare con le dita o un pennello rigido. George
Seurat inventò la tecnica del puntinismo accostando
piccoli puntini di colori primari e realizzando una brillantezza
cromatica senza precedenti. Infatti - per uno stranissimo
effetto ottico - se si accostano dei puntini blu e gialli,
l'occhio umano vede un verde che risulta più
brillante di qualsiasi 'verde' ottenuto dalla mescolanza dei
pigmenti. Notevole è il risultato estetico della luminosità,
ma si distacca nettamente dallo stile pittorico allora dominante:
alla poetica impressionista dell'attimo fuggente con
le sue immagini incerte e tremolanti subentra una rappresentazione
immobile di quello stesso paesaggio parigino che appare ora
come "fissato" dai puntinisti nella sua irreale
staticità.
La scelta della tela rimase per molto tempo il primo trucco
d'autore, poiché costituiva un elemento stilistico
di fondamentale importanza: Paul Gauguin preferiva una tela
a spina di pesce la cui trama è ben visibile
ancora oggi con un semplice ingrandimento fotografico; Matisse
acquistava tele a trama molto fine che in Francia adoperava
solo lui e ciò avrebbe poi consentito agli esperti
d'individuare più facilmente un dipinto falso a lui
attribuito.
E' noto a tutti che Vincent Van Gogh, nella sua breve vita,
non riuscì a vendere mai neppure un quadro e negli
ultimi anni sopravviveva con i pochi soldi che il fratello
Theo gli inviava da Parigi: piccole somme che il pittore spendeva
per alimentare il vizio di bere o recarsi talvolta al bordello
di Arles. Non era quindi in grado di comprare le tele su cui
dipingere di continuo per sfogarvi le ansie, l'intimo dolore
e quella incontenibile creatività che gli fece realizzare
tanti capolavori. Per l'estrema miseria fu costretto a raccattare
sacchi vuoti di juta e - dopo averli preparati e fissati sul
telaio - vi dipingeva con la sua pennellata tipica - ampia
ed espressiva - mentre i contorni del quadro venivano evidenziati
proprio dalla ruvidità di quelle tele povere, ma così
adatte ad esaltare le tinte forti e contrastanti. Un trucco
inconsapevole cui Vincent fu obbligato, ma dai risultati artistici
ineguagliabili.
Oggi quei vuoti e grezzi sacchi di patate - ammirati
da tutto il mondo - valgono decine di milioni di euro.
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