|
CAPOLAVORI
VERI O FALSI ?
Uno dei più controversi capitoli della Storia dell'arte
riguarda le attribuzioni che vengono fatte da studiosi,
critici illustri o famosi accademici i quali - forti del loro
prestigio - a volte annunciano d'aver scoperto la 'mano geniale'
di un grande maestro in anonimi dipinti o sculture dimenticate;
quindi, d'essersi imbattuti in veri e propri capolavori ritrovati.
Il cosiddetto 'esperto attribuzionista' è una
figura professionale che risale al XIX secolo, in particolare
a quell'Ottocento italiano in cui furono progressivamente
riconosciute numerose opere d'arte antica, le quali non essendo
firmate dai loro autori restavano spesso senza una precisa
identità. Fra i maggiori esperti attribuzionisti
dell'800 vanno annoverati G. Battista Cavalcaselle e Giovanni
Morelli che seppero riconoscere l'importanza di molti dipinti
dell'Italia centrale da tempo abbandonati nei polverosi magazzini
di una canonica o negli scantinati di palazzi nobiliari. In
particolare Morelli, medico di professione, escogitò
un metodo analitico col quale individuava l'autore
di un dipinto sulla base dei particolari anatomici delle figure
come le mani, un orecchio, le dita dei piedi che potevano
rivelare il 'tratto pittorico' di un grande artista
o di un suo allievo; oppure diventare l'indizio di un lavoro
eseguito in epoca successiva da un imitatore o da un falsario.
Il 'metodo Morelli' fu allora considerato scientifico
e molto apprezzato da critici e storici dell'arte come il
grande Bernard Berenson, ma questo tipo di 'ricognizione anatomica',
soffermandosi solo su pochi dettagli, non poteva garantire
un'attribuzione certa ed inconfutabile la quale necessita
di ulteriori prove iconografiche, scientifiche e - se possibile
- anche di riscontri documentari.
La storia minore, ma non meno importante, delle attribuzioni
d'arte è costellata di sorprendenti rivelazioni ed
altrettante delusioni quando la scoperta del 'nuovo capolavoro'
si rivela un clamoroso abbaglio. Resta ancora nella memoria
collettiva degli italiani - non solo esperti e cultori d'arte
- la frettolosa attribuzione delle false 'Teste di Modigliani'
realizzate da quattro burloni nel 1984 e gettate nel Fosso
Reale di Livorno. Il famoso storico dell'arte Giulio Carlo
Argan parlò allora del "miracoloso ritrovamento
di tre incompiute
meravigliose sculture di Modigliani
al quale andava attribuita la paternità senza alcun
dubbio, né timore di smentita". Il giudizio
perentorio di Argan fu seguito da un coro di entusiastiche
conferme: esperti, professori, il direttore della Galleria
Nazionale d'arte moderna s'affrettarono a redigere articoli,
rilasciare interviste per plaudire allo straordinario evento
che arricchiva la vicenda umana e creativa del pittore livornese.
Almeno sino a quando i giovani burloni, intimoriti dal clamore
suscitato, confessarono un mese dopo - in diretta televisiva
- d'essere loro stessi gli autori di quelle rozze pietre levigate
con un Black&Decker. L'unico ad aver smascherato
la beffa subito e senza reticenze era stato Federico Zeri
che definì 'paracarri' quelle presunte sculture
di Modì mentre venivano accolte dagli esperti
come capolavori ritrovati.
Scomparso nel 1998, Zeri è stato un profondo conoscitore
della storia dell'arte. Non accademico ed anticonformista,
fu spesso snobbato dalla supponente critica ufficiale che
ne invidiava la straordinaria competenza ed il favore incontrato
all'estero, dov'era stimato consulente di importanti fondazioni
e musei come il Metropolitan di New York ed il Getty Museum
di Malibù. Grande esperto ed acuto osservatore aveva
indicato, nel corso degli anni, alcune magistrali attribuzioni,
fra cui due "nature morte" caravaggesche ed altre
fondamentali scoperte che modificarono molte pagine della
storia dell'arte europea. Tuttavia Zeri più volte si
scontrò con i suoi detrattori che definiva "la
ben nota cricca", soprattutto per avere confutato
l'autenticità del famoso trono Ludovisi, da
tutti ritenuto un capolavoro della scultura greca del V secolo
a.C., ma da lui giudicato un falso manufatto dell'Ottocento.
Inoltre cercò d'impedire al Getty Museum, nel 1983,
l'acquisto della statua di giovane greco vittorioso
(Kouros), avendone individuato la falsità nella patina
esterna - a suo avviso - antichizzata artificiosamente con
degli acidi. Non fu ascoltato e la scultura venne comprata
dal museo americano per 7 milioni di dollari; Federico Zeri
deluso si dimise dall'incarico di consulente, ma sette anni
dopo il Kouros greco si rivelerà inequivocabilmente
un falso e sarà per sempre abbandonato nel fondo di
un magazzino a Malibù.
Nel corso del Novecento innumerevoli sono stati i procedimenti
civili e penali che hanno coinvolto esperti, mercanti, studiosi
e collezionisti: controversie giudiziarie sulle attribuzioni
concesse o negate, per perizie sbagliate in buona e cattiva
fede, per contrapposte opinioni sulla riconoscibilità
degli autori. Non esiste purtroppo in Arte la 'prova regina'
del DNA che possa stabilire con assoluta certezza la paternità
di un dipinto o di una scultura, soprattutto quando vennero
realizzati in un lontano passato.
Nel 1930 il mercante d'arte americano Joseph Duveen fu citato
in giudizio per danni dai coniugi Hahn perché aveva
compromesso la vendita di un loro dipinto, negando sulla stampa
che si trattasse di una seconda versione originale de' La
Belle Ferronière di Leonardo da Vinci. In tribunale
Duveen non riuscì a dimostrare la sua tesi negazionista
e venne condannato al risarcimento di 60.000 dollari che era
allora una cifra 'stratosferica', corrispondente ad un milione
e duecentomila lire al cambio del '30, quando in Italia
il salario di un operaio non arrivava a seicento lire
al mese. Ancora oggi - 80 anni dopo - il mistero di questo
dipinto del tutto simile alla prima versione del Louvre resta
insoluto, sebbene ormai nessuno lo attribuisca più
a Leonardo ed abbia una valutazione di 300/500 mila dollari.
Appena due anni dopo fu celebrato a Berlino il processo contro
il mercante Otto Wacker che aveva venduto ben 33 falsi quadri
di Van Gogh, dopo averne ricevuto il riconoscimento
scritto da alcuni esperti del pittore olandese. In
realtà i presunti esperti, tutti in buonafede, erano
stati ingannati da una falsa corrispondenza familiare che,
durante il processo, venne smentita dal nipote del pittore
Wilhem Van Gogh. Il mercante fu condannato a 19 mesi di carcere
e 30.000 marchi di risarcimento. Nel 1945 fu processato ad
Amsterdam il più abile falsario della pittura olandese
del Seicento, Han van Meegeren, che era riuscito ad ingannare
i professori De Vild e Bredius, massimi studiosi di Jan Vermeer,
convincendoli dell'autenticità di alcuni dipinti da
lui abilmente contraffatti e che i due luminari - attribuendoli
al 'maestro di Delft' - avevano definito indiscutibili
capolavori.
La cronaca giudiziaria annovera i processi ai falsari Wacker
e van Meegeren fra quelli che più evidenziarono i clamorosi
errori e gli abbagli degli esperti. Va detto tuttavia che
senza gli studiosi e le loro attribuzioni, il patrimonio artistico
dell'umanità sarebbe stato impoverito dall'ignoranza
e dall'impossibilità di comprendere sino in fondo il
significato estetico e culturale di un'opera d'arte, che resta
sempre un fondamentale documento storico, un'eccezionale
testimonianza del proprio tempo e di quello universale.
La più recente attribuzione di risonanza mondiale riguarda
un Crocifisso in legno di tiglio policromo di cm 41,3x41,3
che si ritiene eseguito da Michelangelo appena ventenne tra
il 1494 e il 1495. Lo Stato italiano, da una richiesta iniziale
di 15 milioni di euro, lo ha acquistato nel dicembre 2008
presso un antiquario torinese per 3 milioni e 250 mila euro,
con grande soddisfazione sia del ministro ai Beni Culturali
- Sandro Bondi - sia degli esperti che ne hanno avallato l'autenticità.
Tuttavia non tutti condividono l'attribuzione certa al Buonarroti;
anzi alcuni tra i massimi studiosi del genio fiorentino non
vi riconoscono affatto l'illustre paternità. Tra questi
gli storici dell'arte Francesco Caglioti e Paola Barocchi,
la quale ritiene che il crocifisso sia stato creato
da un bravo intagliatore di fine '400 e vi assegna una valutazione
non superiore ai 100.000 euro. Fermamente contrari all'attribuzione
michelangiolesca sono anche il prof. Montanari, lo storico
dell'arte americano James Beck e la famosa studiosa tedesca
Margrit Lisner, forse la maggiore esperta vivente dell'artista.
La controversia sul Crocifisso di Michelangelo non
è affatto conclusa, visto che nel frattempo la Corte
dei Conti ha avviato un'istruttoria per danno erariale
e il caso verrà probabilmente dibattuto nell'aula di
un Tribunale.
|