L'ESTETICA DEL FALSO
   

LA SOTTILE 'LINEA ROSSA'

Dopo gli articoli dedicati alle falsificazioni fraudolente di disegni, dipinti, oggetti d'arte appartenuti ad ogni epoca e spacciati per autentici (Archivio: N. 3 "La scoperta di un falso" - N. 9 "Han Van Meegeren" - N. 24 "Falsi nella storia"), si ritiene di tornare sull'argomento per analizzare il fenomeno dell'imitazione, aspetto complesso e singolare che riguarda in un certo senso la 'filosofia dell'arte' e la storia del suo mercato. Una sorta di Estetica del falso ovvero come gli artisti d'ogni tempo abbiano spesso copiato i maestri del loro apprendistato, riproducendone perfettamente la tecnica e lo stile? Oppure imitando fedelmente i più grandi pittori che li hanno preceduti per carpirne i segreti con umiltà e voglia d'imparare, ma non di rado motivati dalla vanitosa arroganza di superarli; o peggio, 'sostituendosi' a loro in malafede, spinti dall'avidità di un facile e illecito guadagno. Persino il giovane Michelangelo realizzò una finta 'scultura greca', seppellendola sottoterra per antichizzarla, facendo così assumere al marmo la necessaria patina dei secoli.
Il fenomeno dell'imitazione in Arte ha sempre presentato una sorta di 'bifrontismo' sia morale che creativo: da un lato l'esecuzione di una copia identica o somigliante all'opera originale fu intesa spesso come onesto manufatto finalizzato all'apprendimento di uno stile, all'innocente tentativo di penetrare nello spirito creativo dell'artista, nella sua 'visione del mondo' e persino nella cultura della sua epoca. Dall'altra, viceversa, c'è la volontà premeditata di commettere una truffa a scopo di lucro, immettendo nel circuito commerciale un'opera falsificata e dolosamente attribuita ad un pittore famoso, di cui può duplicarsi arbitrariamente un dipinto e venderlo per originale; oppure realizzandone un'immagine nuova con materiali analoghi, stesso stile e firma falsa per ingannare collezionisti e talvolta esperti o sedicenti tali. Tra le 'sviste' più clamorose e umilianti degli esperti vi fu, negli anni '30, l'attribuzione certa a Jan Vermeer di una falsa 'Cena in Emmaus' (giudicata un capolavoro!): soggetto che il grande pittore di Delft non aveva mai dipinto in vita sua.
Si configura, quindi, una vera e propria Estetica del falso per riuscire a comprendere le secolari dinamiche dell'arte dove bene e male, onesto e disonesto non sempre sono state due categorie scindibili o facilmente riconoscibili nei comportamenti di collezionisti, studiosi e degli stessi artisti. Paradossalmente un'Estetica che si fa Etica quando - in Arte - il giudizio su ciò che è bello si dirama e si confonde col giudizio su ciò che è onesto.
C'è un dipinto al museo francese di Nancy - che sappiamo essere di Rubens - il quale però reca la tipica firma a monogramma di Albrect Durer cui fu attribuito, se alcuni dettagli tecnici e la superiore qualità pittorica, non ne avessero svelato il vero autore. Anche Rembrandt - sempre in cerca di denaro - rifece identica una xilografia di Durer, vissuto un secolo prima, vendendola come un 'foglio originale' dell'incisore tedesco per ottenere un prezzo migliore. Fra i capolavori della Pinacoteca di Brera "Lo sposalizio della Vergine" del giovane Raffaello è, forse, il dipinto più importante e straordinario all'interno del museo milanese. Eppure ripropone in modo analogo "Lo sposalizio della Madonna" del suo maestro Perugino, a parte pochi dettagli come la posizione invertita dei due personaggi principali e alcune diversità dello sfondo.
Solo nel corso dei recenti anni Ottanta Joseph Bruij - illustre accademico e grande esperto di pittura del Seicento - riuscì a dimostrare come 44 dei 93 dipinti, da sempre attribuiti al giovane Rembrandt (datati fra il 1625 e il 1631), in realtà fossero stati eseguiti da alcuni suoi allievi nella bottega di Leyda. Con dolorosa costernazione fu rivelato che i primi falsari del Maestro fossero stati proprio i suoi discepoli migliori, che spacciavano per autentici quadri abilmente rielaborati nello stile del geniale pittore olandese il quale, poco più che ventenne, era coetaneo dei suoi numerosi apprendisti fra cui il bravo Gerard Dou suo primo e migliore imitatore. Uno dei più noti quadri giovanili "Autoritratto di Rembrandt che ride", conservato orgogliosamente al Rijkmuseum di Amsterdam, dal 1984 ha ormai perduto il crisma dell'autenticità. Per tale motivo, si racconta che - negli ultimi 25 anni - siano stati i direttori del museo olandese a non ridere più.
Talvolta anche grandi artisti come ad esempio Braque e Picasso, inventori del Cubismo, evidenziarono in quel periodo analogie pittoriche ed una tale sovrapposizione stilistica che molti dei loro quadri sarebbero restati indistinguibili se non ci fossero firme e date certe. Questo non significa che l'uno ha cercato di copiare l'altro, ma l'invenzione cubista costituisce per entrambi un'esperienza creativa così nuova e coinvolgente che si dissolvono - per un certo tempo - le precedenti caratterizzazioni, le impronte stilistiche di ciascuno. Lo stesso Picasso - che veniva già falsificato negli anni Venti - sosteneva che "imitare gli altri va benissimo; imitare se stessi è un disastro…". Un pittore delle Canarie, tale Oscar Dominguez, durante l'occupazione nazista della Francia, dipinse alcuni quadri falsi di Picasso che furono acquistati da gerarchi tedeschi. Scoperta la truffa, il falsario fu denunciato e processato, mentre Pablo Picasso venne convocato in Tribunale per fornire la sua testimonianza inoppugnabile. Fra la sorpresa generale l'artista spagnolo riconobbe quei falsi come suoi, per cui non esitò a firmarli in aula confermandone l'autenticità e scagionando il truffatore. Un riconoscimento di paternità mai più smentito in futuro. Quei falsi Picasso non solo oltrepassarono 'trionfalmente' la sottile linea rossa che separa il lecito dall'illecito, ma certamente fanno ancora bella mostra di sé in un museo o in qualche collezione di prestigio… ancora e per sempre.
Nel tentativo di analizzare l'Estetica del falso, non è mai facile tracciare una netta linea di demarcazione fra l'impulso che porta all'imbroglio e l'irresistibile tentazione di copiare o imitare il lavoro creativo di qualcun altro, magari un capolavoro scaturito dall'ispirazione di un momento irripetibile e dall'immensa fatica, fisica ed intellettuale, per realizzarlo.
Fra i pittori italiani del '900 più falsificati va certamente annoverato il ferrarese Filippo De Pisis, i cui dipinti - per questa ragione - vengono ahimè considerati "una croce e una delizia" da esperti, galleristi e mercanti. Un affidabile testimone oculare raccontava che nel dopoguerra l'artista ferrarese ricevette, nel suo studio veneziano di San Barnaba, il giovane e attraente proprietario di un suo presunto quadro per visionarlo. De Pisis lo osservò e rispose: "E' fatto bene, ma non è mio!". Poi, guardando il ragazzo, aggiunse: "Torni questa sera che lo rivediamo…". E con qualche ritocco il dipinto falso diventò autentico.
Giorgio De Chirico, il pittore italiano del '900 fra i più famosi e pagati al mondo, subì l'onta di un processo che gli fu intentato da una collezionista bolognese, alla quale aveva negato la paternità di un'opera che riportava sul 'verso' della tela una sua dichiarazione d'autenticità, sicuramente autografa come dimostrato da una perizia calligrafica. Questo costoso dipinto, presentato al suo cospetto, era stato sfregiato dal maestro con l'infamante scritta FALSO. Non solo, ma De Chirico fu condannato a risarcire la proprietaria del quadro rovinato che, in sentenza, era stato dichiarato autentico. Verrà poi dimostrato che il maestro della metafisica aveva ragione essendo stato la prima vittima di un sofisticato raggiro, ordito da un mercante disonesto che gli mostrava quadri buoni da riconoscere, dietro i quali occultava una tela bianca che sarebbe in seguito diventata un falso De Chirico con autentica vera. Naturalmente tale espediente truffaldino aveva disorientato, negli anni, il grande pittore che si era ritrovato a dover esaminare dei quadri falsi da lui ingenuamente autenticati sul 'verso' come veri.
Questa insolita riflessione sull'Estetica (o l'Etica?) del falso, intitolata la sottile linea rossa, la si vuole concludere citando uno degli episodi più emblematici nella storia del mercato artistico, quando nel 1967, dopo un ventennio, venne arrestato e processato il truffatore ungherese Helmir de Hory, i cui falsi disegni di Matisse - mostrati in Tribunale - furono giudicati dagli esperti più belli dei Matisse autentici dell'ultimo periodo.


Il 'verso' di un dipinto
dichiarato falso

Un disegno di Matisse

Persino Michelangelo creò
una 'finta' scultura greca

La falsa 'Cena in Emmaus'
attribuita a Jan Vermeer

Ne' "Lo sposalizio della Vergine"
Raffaello imita il 'Perugino'

Rembrandt fu falsificato
da alcuni suoi allievi


Un quadro cubista di Braque

Picasso 'riconobbe' alcuni falsi
come dipinti suoi

Anche De Chirico venne
raggirato da un truffatore


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