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A ventisei anni dalla
scomparsa, Giorgio De Chirico è talvolta al centro di discussioni
e qualche critico riconosce il suo assoluto valore pittorico se riferito
all'epoca metafisica, indicando il 1919 come la fine della sua
grande Arte. Questo è certamente un giudizio inaccettabile, basato
in verità su una conoscenza superficiale del più famoso
pittore italiano del Novecento che resta uno straordinario protagonista
della storia artistica internazionale.
Nato per caso in Grecia nel 1888 da un ingegnere ferroviario palermitano
e da madre genovese, si sposterà spesso con la famiglia soggiornando
in Germania, Francia, Italia, per cui il tema del viaggio, il mistero
del distacco, la struggente commozione del ritorno costituiranno una costante
della sua pittura fino alla morte avvenuta nel 1978.
"Maestro dell'enigma" rimane forse la definizione più
significativa e coerente che si possa attribuire alla figura di un artista
che ha sempre cercato con la sua pittura di svelare l'essenza delle cose,
al di là delle apparenze esteriori, nel tentativo di opporsi ad
un mondo da lui considerato effimero, senza senso, in cui è assente
ogni trascendenza soprannaturale. E' la sua una visione malinconica che
percepisce quel male di vivere, quel senso di inquietudine e ineludibile
pessimismo che caratterizzerà la Cultura europea del Novecento,
attraversando l'intero secolo appena trascorso nelle sue più disparate
testimonianze: dalla letteratura alla musica, dalla pittura al cinema.
Giorgio De Chirico è stato uno dei più sensibili e originali
testimoni del suo tempo, di un'epoca che non amava perché priva
delle tramontate certezze ottocentesche ma anche incapace di dare un senso
profondo e definitivo alla vita degli individui, un'epoca che ha prodotto
due guerre mondiali, milioni di morti e, infine, la distruzione di ogni
rapporto interpersonale attraverso tecnologie sempre più avide
e alienanti. Non restava, quindi, che cercare una rappresentazione simbolica
della realtà capace di cogliere metafisicamente, cioè
al di là delle cose sensibili, una "realtà
altra" che potesse forse rivelare valori scomparsi e invisibili
significati. Nasce la pittura metafisica, di cui fu lo stupefacente
inventore nel secondo decennio del XX secolo, quadri che rappresentano
deserte piazze d'Italia o struggenti manichini nel tentativo
di cogliere la condizione tristissima dell'uomo contemporaneo. Il risultato
di questa ricerca è tuttavia desolante, poiché non c'è
alcuna finalità spirituale o trascendente, alcuna metafisica religiosa
a colmare il dolore degli uomini, a giustificare la violenza, l'assurdità
della guerra, a confortare la penosa solitudine del nostro cammino
esistenziale. Una dimensione pittorica collocata in un preciso spazio
geometrico, pieno di oggetti simbolici che alludono ora al distacco doloroso
e senza ritorno di Ettore e Andromaca, ora alla solitudine penosa
di un manichino-Trovatore così umano e dolente nella sua
fissità da evocare la solitudine nostra e degli uomini di ogni
tempo.
Gli interrogativi sul destino degli esseri umani, sulla loro fragilità
fisica e sentimentale - cui i filosofi hanno cercato di rispondere - diventano
il motivo dominante della pittura dechirichiana, la loro ragion d'essere
anche nei quadri neoclassici quando l'artista sembra aver superato la
misteriosa e inquietante stagione metafisica, prediligendo un apparente
'ritorno all'ordine', la rappresentazione classicheggiante o barocca del
reale. Paesaggi che si richiamano ai miti dell'antichità, cavalli
fra le rovine della civiltà greca, gladiatori in procinto di vivere
o morire, autoritratti e ridondanti nature morte si moltiplicano nella
sua vasta produzione in cui ritornerà sistematicamente il tema
dell'esistenza con i suoi enigmi, le sue inesplicabili contraddizioni.
Un'esistenza sospesa nel perenne, precario equilibrio di luci e di
ombre: l'emozione dell'amore cui non viene mai risparmiato il dolore,
la solarità di un giorno d'estate che si spegne in un freddo tramonto
invernale, il fascino misterioso della vita cui subentra il desolato silenzio
della morte.
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