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Nato a Bagheria nel
1912 Renato Guttuso, da ragazzo, imparò nella bottega di un decoratore
di carretti i primi rudimenti di quella pittura alla quale avrebbe dedicato
la sua intera esistenza. Fu il padre agrimensore ad incoraggiare quest'istintiva
propensione all'arte pur pretendendo da lui l'impegno scolastico e l'iscrizione
alla facoltà di Legge nella vicina Palermo, ma gli studi universitari
furono presto abbandonati per seguire un forte desiderio d'evasione che
lo portò a Milano nei primi anni Trenta costituendo un sodalizio
artistico con il gruppo di Corrente assieme a Manzù, Cassinari,
Migneco e Sassu. Nel 1937 si stabilisce a Roma mantenendo frequenti contatti
con la Lombardia dove partecipa e vince il premio Bergamo del 1940
e 1942 con i due capolavori Fuga dall'Etna e Crocifissione,
che gli attirarono le ire del regime fascista e la definizione di pittore
diabolico formulata contro di lui dalle autorità ecclesiastiche
"per aver rappresentato in modo blasfemo la morte di Nostro Signore".
Nella polemica che vide gli intellettuali italiani del dopoguerra schierarsi
sui due fronti opposti, astrattisti e realisti, Renato Guttuso
affermò "che la via del realismo è la via della
libertà e dell'umanesimo" dovendo l'arte, a suo avviso,
riferirsi solo alla realtà per diventare uno strumento di interpretazione
del mondo e contribuire al progresso dei popoli, al ritrovamento di quella
dignità umana per troppo tempo umiliata dalla violenza della storia.
Fin dagli inizi un tema ricorrente della sua pittura è il paesaggio:
dal mare siciliano agli scorci di Velate la rappresentazione della natura
costituisce per lui quasi una profonda rigenerazione interiore, un modo
intenso per riappropriarsi del rapporto più autentico e immediato
con le cose. Bellissimi i suoi tipici alberi mediterranei, aranceti, fichi
d'india, ulivi dai quali sembra emergere una vitalità elementare
e suadente, macchie di colore che sanno appagare i nostri occhi
con l'evidenza suggestiva della semplicità. Per Guttuso il paesaggio
è anche urbano, ma lo attraggono le scene di vita ordinaria - è
il caso del capolavoro La Vucciria - oppure gli umili tetti
di Bagheria tante volte intravisti da un solaio quando bambino spiava
in solitudine il mondo circostante, scoprendone il fascino e il mistero
mentre fantasticava sul febbrile dipanarsi della vita che sotto
quei tetti si svolgeva ogni giorno tra fatiche, rinunce e pochi brandelli
di felicità. Anche gli interni domestici più apparentemente
banali testimoniano del suo interesse ricorrente per la natura morta,
tema più volte trattato con esiti, in certi casi, stupefacenti
per bellezza cromatica e incisività del disegno: vuoti barattoli
sparsi alla rinfusa, arance e limoni in una fruttiera, cesti di vimini
e poveri oggetti consumati dal tempo esprimono una realtà umile
o laboriosa che appartiene alla normalità della nostra esistenza,
alla quotidianità dei nostri gesti in cui possiamo ritrovare quei
valori autentici di un recente passato, elementari emozioni che facevano
parte di quel mondo arcaico, contadino, da noi ingiustamente cancellato
pur rimpiangendone la sincera schiettezza, il decoro della semplicità.
Ritratti di amici, scrittori e compagni di lavoro costituiscono
un momento significativo della sua produzione, momento di riflessione
in cui il pittore nei tratti fisionomici altrui sembra voler cogliere
il proprio autoritratto interiore. E poi il nudo, tanti
nudi femminili che più volte hanno scandalizzato i borghesi benpensanti
degli anni Sessanta e Settanta, ma nei quali ritroviamo trasfigurata la
sensualità dei nostri corpi e le debolezze inconfessabili in cui
ci si abbandona per stordirsi, per dimenticare un istante la violenza
che ci circonda. Ed è proprio il tema della violenza, forse,
quello che ha sempre maggiormente rammaricato Renato Guttuso fino alla
sua morte, avvenuta nel gennaio del 1987. In un magnifico, enorme dipinto
del '52 di cinque metri per tre, La battaglia di ponte dell'Ammiraglio,
rievocando una scena della guerra garibaldina, l'artista sembra manifestare
la sua commiserazione e il dolore per ogni brutalità, ogni morte
violenta che mai potrà essere giustificata da alcuna motivazione,
da alcun ideale per quanto patriottico possa essere stato. Sullo sfondo
della citata Battaglia s'intravede il mare, simbolo della vita
che fa da contrappunto alla logica disumana della morte, quell'azzurro
mare siciliano tante volte raffigurato nei paesaggi luminosi, accattivanti
della sua pittura che resta - nonostante le polemiche postume degli ultimi
anni - tra le più importanti e significative testimonianze che
un artista abbia potuto lasciarci della realtà del suo e del nostro
tempo.
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