CARLO LEVI
LA PAGINA E LA TELA
 

Carlo Levi nasce a Torino nel novembre 1902 in un’agiata famiglia di origine ebraica e, dopo gli studi liceali, frequenta la facoltà di medicina in cui si laurea nel ’24. Appassionato di pittura sin dall’adolescenza, eserciterà la professione medica per un breve periodo, scegliendo poi di dedicarsi definitivamente ai suoi vasti interessi culturali: l’arte, la letteratura, la politica. Nipote dell’insigne studioso e leader socialista Claudio Treves, si legherà di profonda amicizia all’area liberale torinese e a Parigi avrà contatti con alcuni fuorusciti antifascisti del gruppo Giustizia e Libertà per il quale scriverà articoli di critica al regime che gli costeranno prima il carcere a Roma e successivamente il confino di polizia in Lucania, fra il ’35 e il ’36, dove vivrà la sua più significativa esperienza umana che lo segnerà profondamente come artista e scrittore.
Durante la permanenza coatta in uno sperduto paesino del sud, il contatto diretto con la miseria antica delle plebi meridionali diventa per Levi una scoperta esistenziale sconvolgente. Lo smarrisce la natura selvaggia delle campagne circostanti, il paesaggio arido, riarso da una siccità impietosa che affama le bestie e gli esseri umani che gli appaiono stravolti dall’immensa fatica, dai prolungati digiuni, ma soprattutto dimenticati da Dio e dagli uomini come dissolti nel silenzio e nell’abbandono della storia.
Un sentimento di profonda pietà e solidarietà umana pervade l’ispirazione artistica di Levi che, oltre al suo romanzo-capolavoro del ‘45 Cristo si è fermato a Eboli, dedicherà ai poveri contadini lucani una serie d’indimenticabili dipinti che costituiranno non solo la sua formidabile testimonianza civile, ma un terribile atto d’accusa contro ogni forma di sfruttamento e d’ingiustizia sociale. E quei visi macilenti di ragazzi poveri o di donne “che sanno falciare il grano ma non sanno il sorriso…” diventeranno nei suoi quadri un monito perenne, il simbolo vitale delle sofferenze sempre patite dai diseredati d’ogni luogo e d’ogni tempo, sconfitti e vinti dall’egoismo delle classi dominanti sia economiche che politiche.
Il lirismo evocativo dei primi anni torinesi e parigini si è fatto quasi materico, trasformandosi in un singolare realismo espressionista, motivato dalla ferma volontà dell’artista di farsi interprete e testimone della sofferenza di ogni uomo, donna o bambino che vengono maltrattati e umiliati dall’ingiustizia del mondo. Per questo il segno pittorico dei suoi quadri si scarnifica facendosi essenziale e più incisivo, mentre la pennellata assume il tipico ritmo ondulato e l’impasto dei colori sembra raggrumarsi sulla tela. Si ravviva il timbro cromatico delle nature morte e i toni si fanno più accesi, mentre nei ritratti – ai quali ha dedicato gran parte della sua produzione – si rivela un’interpretazione soggettiva anche nel raffigurare personaggi noti o amici borghesi. Ogni ritratto, infatti, è sempre ispirato dalla sua intima dimensione emozionale, ovvero dalla percezione che egli ha del soggetto per passare poi alla scoperta di una più realistica ed oggettiva fisionomia. Per questo le figure nei dipinti di Levi non sono mai ‘fotografiche’, ma la sua – come egli afferma – “è una pittura comprensibile per la via del sentimento”.
Carlo Levi continuerà a dipingere sino agli ultimi giorni della sua vita: persino nei due anni conclusivi, nonostante la sopraggiunta cecità, realizza 140 disegni che testimoniano della sua tenace volontà creativa. Muore a Roma nel gennaio 1975.
E’ certamente un caso unico nella storia della Cultura italiana del ‘900 quello di un sommo scrittore che sa convivere col pittore, altrettanto grande, per raccontarci sulla pagina e sulla tela le suggestioni della nostra vita, ora col sentimento profondo delle sue emozioni, talvolta con la malinconia di chi scopre che il mondo poteva essere migliore, ma non lo è stato.




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