EDWARD HOPPER
 
 
LA SOLITUDINE SILENZIOSA
 

Nato nel 1882 nella cittadina americana di Nyack, che si affaccia sul fiume Hudson, Edward Hopper diventerà il più famoso pittore figurativo americano realizzando alcuni dei capolavori assoluti della pittura moderna da cui traspare una visione disincantata del mondo, nonché la sua critica impietosa verso una società senza ideali e priva di autentici significati esistenziali.
Dopo gli studi alla New York School of Art ed il suo primo impiego da illustratore pubblicitario, Hopper si reca in Europa nel 1906 attratto in particolare dall’arte francese degli Impressionisti e dei Fauves. Tornerà a Parigi una seconda volta nel 1909 a perfezionare il suo modo preferito di dipingere finalizzato alla rappresentazione realistica dell’uomo nel suo ambiente attraverso il raffinato contrasto di luci e di ombre e la minuziosa descrizione degli interni che aveva già ammirato nella pittura di Degas.
Rientrato definitivamente negli Stati Uniti si sposa con una collega pittrice e sua unica modella con la quale trascorrerà felicemente il resto dei suoi giorni. Inizia a dipingere soggetti legati alla vita quotidiana, poi alla realtà urbana dei primi anni Trenta quando la crisi economica del ‘29 e la sconvolgente disoccupazione avevano travolto le antiche certezze del sistema capitalistico, cancellando il tradizionale ottimismo americano nell’avvenire cui era subentrato un diffuso sentimento d’incertezza e d’angoscia esistenziale. Ne deriva una percezione malinconica della vita che gli appare come svuotata e priva d’interessi, una dimensione monotona, popolata da individui indifferenti e alienati in una persistente incomunicabilità. Sembra di assistere alla fine del sogno americano e al fallimento di quel consumismo capitalistico che prometteva una felicità alla portata di tutti. Tuttavia, a differenza della letteratura statunitense di quegli anni che descriveva la miseria e l’emarginazione fisica delle classi più povere (“Uomini e topi”), l’artista si sofferma sugli ambienti di una borghesia sopravvissuta alla decadenza materiale, ma sconfitta da una profonda crisi morale e affranta dalla ’pena di vivere così’.
Hopper materializza nei suoi quadri lo squallore del suo tempo e la solitudine silenziosa di quei luoghi metropolitani: bar, pub, gli interni di un treno o di una stanza, scorci di quotidianità rappresentati pittoricamente attraverso una raffigurazione schematica, quasi geometrica degli ambienti. C’è un uso essenziale dei colori che sono adoperati con parsimonia e senza alcuna concessione al facile estetismo descrittivo: vi si mostrano soprattutto i paesaggi urbani di New York, ma anche le immagini di una provincia rurale o del vicino New England con le sue case, le spiagge, le scogliere. Immagini reali che rivelano la meticolosa attenzione di Hopper nel raffigurarle in ogni più minuzioso dettaglio; eppure si scopre, nel ‘precisionismo’ dei suoi dipinti, un’atmosfera estraniata, vagamente metafisica, che rende quei paesaggi e quegli individui come sospesi, smarriti nel disincanto, nell’amarezza… dei sogni delusi.
Attento studioso della luce, l’artista ne analizza gli effetti con la massima accuratezza per verificare, ad esempio, come la luce del sole penetri da una finestra o esalti la facciata di un edificio; oppure come quella artificiale di una stanza o di un bar si propaghi dalla vetrata nel buio della notte.
Tutto appare fermo come se il tempo restasse bloccato nella dimensione di un paradosso esistenziale senza ieri, né domani…cristallizzato in quell’istante che l’artista ha fissato per sempre nell’inquadratura immobile di un fotogramma. E’ il suo modo impassibile, fotografico di guardare la realtà, spiando la vita dall’esterno come nel capolavoro del ‘42 ‘Nottambuli’ (‘Nighthawks’) dove il barman serve una coppia silenziosa… gli ultimi tristi avventori di una notte solitaria e rischiarata dalla luce gelida del neon.
Mentre l’Informale si affermava negli anni ’50 come la tendenza artistica dominante, Edward Hopper restava fedele al suo modo oggettivo di costruire la pittura, continuando a raffigurare la propria visione interiore e quella del mondo realisticamente sino alla fine, avvenuta nel suo studio newyorchese il 15 maggio 1967.





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