ALBERTO SUGHI
 
 
La solitudine e' in noi

Alberto Sughi nasce a Cesena nel 1928; riceve i primi rudimenti artistici da uno zio pittore, sebbene la sua sia stata una formazione autodidatta. A partire dagli anni ’50 va delineando un personale linguaggio pittorico, in cui si evidenzia quella dimensione figurativa e iperealistica che caratterizzerà tutta la sua produzione successiva. Trasferitosi a Roma, per un breve periodo, conosce Guttuso e Vespignani che influenzeranno i contenuti tematici della sua pittura verso un realismo sociale, modificatosi presto in un più personale e coinvolgente realismo esistenziale. Sughi si convince, infatti, che il ruolo dell’artista sia quello di rappresentare la condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo; una condizione, a suo avviso, caratterizzata dall’incomprensione, dall’egoismo, dall’irreversibile solitudine in cui si è precipitati con l’avvento della società postindustriale.Tristezza e incomunicabilità sembrano costituire i sentimenti prevalenti dei suoi quadri, in cui vi si rappresenta un’umanità disfatta ed annoiata attraverso squarci di vita borghese… figure colte all’interno di un bar o nell’angolo notturno di un night, dove si aggira gente squallida e scontenta, uomini e donne che appaiono estraniati persino da se stessi, afflitti da una malinconia muta e inconfessabile.Il tema decadentistico tipicamente ‘novecentesco’ del difficile mestiere di vivere, un tema tante volte trattato in Letteratura o nel Cinema, assume nella pittura di Alberto Sughi una valenza personalissima per quel suo modo oggettivo, quasi impassibile di guardare la realtà, ponendosi alla stregua di uno spettatore che osserva il palcoscenico del mondo e l’eterno teatro della vita. Persino il taglio prospettico dei suoi dipinti è teatrale: la composizione appare spesso come un’inquadratura dalle angolazioni studiate per meglio evidenziare i rapporti di luce e d’ombra, le tonalità più scure o più chiare del colore. L’ambientazione notturna rivela i freddi cromatismi delle luci al neon, cupe atmosfere che ricreano una dimensione opprimente e solitaria in cui s’immergono anonimi individui senza tempo e senza senso. Figure inquietanti di uomini e di donne che sembrano aver perso ogni speranza, ogni fiducia in un domani migliore, persone senza qualità mentre aspettano invano che qualcosa o qualcuno possa rimuovere la noia di un’esistenza vuota e priva d’ideali, una vita in cui si muore dentro in ogni istante con la consapevolezza delle cose che durano un solo giorno.Quella di Alberto Sughi è una pittura che osserva e documenta, non di rado con sottintesa ironia, l’estraniazione dalla storia dell’uomo contemporaneo, incapace com’è di coglierne i valori più alti e di uscire dal suo microcosmo individuale, così pervaso d’egoismo anche nei gesti più banali e insignificanti. Nei suoi quadri ogni personaggio viene isolato dal contesto ed anche quando sembra rapportarsi con gli altri, in realtà appare sempre più sprofondato nell’angoscia del suo fallimento, nella delusione cocente per ciò che poteva essere e non è mai stato.E’ La sconfitta totale della società borghese, corrotta e ingannata dall’illusoria agiatezza di un’esistenza metropolitana, pervasa invece dal cinismo, dall’indifferenza che traspare dai volti, dai gesti, dagli sguardi insensibili al dolore del mondo e alla pena di vivere così.Anche attraverso i suoi grandi cicli pittorici (La Cena, Il Teatro d’Italia, Indizi e frammenti, ecc.) Alberto Sughi ha rappresentato la crisi del nostro tempo senza falsi moralismi, senza pretendere di dare giudizi o comunicare messaggi, ma lasciando a ciascuno la libertà di scoprire quanta di quell’amarezza, di quella solitudine - raffigurata nei suoi quadri - c’è anche in noi.


 
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