|
Massimo
Campigli nasce a Berlino nel 1895 da Anna Paolina Ihlenfeld,
una ragazza-madre diciottenne di famiglia benestante che
non rivelerà al figlio la sua vera identità
sino ai 15 anni, presentandosi come una zia e lasciando
credere che la nonna ne fosse invece la mamma. Le due donne
si trasferirono stabilmente a Firenze con il piccolo Max
Ihlenfeld che - diventato maggiorenne - sceglierà
di chiamarsi Massimo Campigli, pseudonimo col quale firmerà
per sempre ogni suo quadro. Assunto nel 1914 al "Corriere
della sera", l'anno dopo si arruola volontario e combatte
nella Grande Guerra col grado di sottotenente. Viene fatto
prigioniero dagli austriaci, ma potrà tornare a Milano
nel '19 ottenendo la tanto sospirata cittadinanza italiana
e la riassunzione al Corriere come corrispondente
dalla capitale francese, dove frequenta numerosi artisti
e fonda il gruppo dei Sette italiani a Parigi di
cui fecero parte De Chirico, De Pisis, Paresce, Savinio,
Severini e Tozzi.
Nel 1926 sposa la pittrice rumena "Dutza" Radulescu
e decide di dedicarsi solo alla pittura partecipando ad
importanti esposizioni come quella di Dresda e alla Biennale
di Venezia.
Determinante per la sua evoluzione stilistica si rivela
un viaggio a Roma nel '28, dove visita il museo di Villa
Giulia e resta affascinato dall'arte etrusca. L'ammirazione
straordinaria provata per gli affreschi antichi lo induce
a modificare il suo modo di dipingere nel tentativo di recuperare
l'armoniosa semplicità compositiva del mondo classico.
Adopera una tecnica simile all'affresco e utilizza - sui
fondi bianchi - pochi colori di terra, in particolare il
rosso-terracotta che si richiama alla scultura etrusca in
argilla. Questa tonalità è spesso predominante
nei suoi quadri che vengono realizzati con una visione frontale
e senza una precisa prospettiva per riproporre e
meglio 'evocare' la pittura dell'antichità. I soggetti
preferiti sono le figure femminili inserite - singolarmente
o in moltitudine - in suggestive trame compositive e
raffinate architetture al cui interno lo spazio sembra
astrarsi da ogni realtà contingente, sublimandosi
nella bellezza immobile e surreale della creazione artistica.
La pittura di Campigli ci mostra un mondo perfetto
che ci affascina con i suoi colori fantasmatici,
gli elementi geometrici delle sue donne dal busto a triangolo
o dal corpo a clessidra. E' il 'mondo' dell'astrazione
antropomorfica e sentimentale i cui personaggi ci appaiono
sospesi nella dimensione di una storia senza tempo,
in quel luogo irreale dell'animo dove ciascuno raggiunge
il desiderato equilibrio della propria vita e lo stupore
incantevole delle più intense emozioni.
Negli anni Trenta Massimo Campigli, che nel frattempo si
risposa una seconda volta con la scultrice Giuditta Scalini,
conquista una reputazione internazionale ed espone in Biennali,
Triennali, Quadriennali e nelle principali città
del mondo: Milano, Parigi, Amsterdam, New York. Oltre ad
importanti committenze pubbliche e private, alle acquisizioni
museali, vanno ricordati i quattro magnifici affreschi che
realizzò fra il 1933 ed il 1940 per il Palazzo
della Triennale di Milano, il Palazzo delle Nazioni di Ginevra,
il Palazzo di Giustizia di Milano e quello monumentale
di circa 300 mq. all'Università di Padova.
Negli anni successivi l'artista si dedica spesso e con straordinaria
perizia alla litografia, mentre decide di trasferirsi a
Parigi con la moglie e l'unico figlio Nicola, nato alcuni
anni prima. La sua attività di pittore diviene intensissima
e riconoscimenti gli provengono da ogni parte del mondo
nel corso degli anni '50 e '60 fino alla sua scomparsa,
avvenuta nel 1971 a Saint-Tropez dove aveva trasferito definitivamente
il suo studio.
Sino alla fine permane nelle sue opere quello spirito
dell'arte etrusca che era stato come una rivelazione,
la straordinaria ispirazione per descrivere l'essenza stessa
dell'armonia e del colore. Un mondo perfetto attraverso
l'immagine simbolica della femminilità universale
e di ciò che essa rappresenta nell'eterna circolarità
della creazione e della vita, a dispetto della fine di ogni
cosa e dell'inquietante mistero della morte.
|