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Il
marchesino Luigi Filippo Tibertelli nasce a Ferrara nel maggio del 1896.
Sceglierà tuttavia lo pseudonimo di Filippo De Pisis per firmare
tutti i suoi quadri e scrivere uno dei capitoli più importanti
dell'arte italiana nella prima metà del Novecento. Attratto dagli
studi umanistici, compie un percorso scolastico regolare fino alla laurea
in Lettere, sebbene - sin dalla giovinezza - fosse afflitto da disturbi
nervosi che lo assilleranno ciclicamente per tutta la vita fino agli ultimi
anni trascorsi in solitudine nella clinica psichiatrica di Villa Fiorita
a Brugherio, dove morirà il 2 aprile 1956.
Tra il 1915 e il 1917 conosce a Ferrara Giorgio De Chirico, Alberto Savinio
e Carlo Carrà, instaurando con loro un sodalizio artistico dal
quale vedrà nascere i primi capolavori di quella pittura metafisica
che resta, ancora oggi, la più straordinaria invenzione dell'arte
italiana del '900. Dopo aver pubblicato due volumi di prose e poesie,
nel 1920 si trasferisce a Roma iniziando a dedicarsi sistematicamente
alla pittura mentre è alla continua ricerca di nuove forme espressive,
di valori plastici che meglio possano esprimere la sua personalità
sensibilissima e tendenzialmente malinconica. Fortemente colpito dai quadri
metafisici del suo amico De Chirico, scopre la possibilità di rappresentare
la realtà in modo nuovo
una realtà sospesa fra il
mistero dell'invisibile e l'angoscia dell'abbandono. Comprende allora
che la solitudine e la fragilità caratterizzano la vita di ciascun
uomo, destinato com'è ad un'esistenza illusoria, all'ineluttabile
brevità del suo percorso terreno.
Dal 1925 risiede a Parigi dove si fermerà per quattordici anni
fino all'inizio della seconda guerra mondiale, studiando con ammirazione
i grandi pittori dell'Ottocento francese mentre va conquistando la padronanza
di nuove scelte stilistiche, con le quali elaborerà la sua personalissima
interpretazione della realtà. Gli anni trascorsi nella capitale
francese hanno certamente influenzato De Pisis nel prediligere, per i
suoi quadri, una trama impressionistica del racconto figurativo,
ovvero la profonda esigenza dell'artista di trasfigurare, proiettare sull'opera
d'arte l'emozione, il trasalimento
la suggestiva impressione
provata anche per un banale dettaglio come una conchiglia abbandonata
sulla spiaggia, un frutto o un vaso di fiori dai petali avvizziti.
Tornato in Italia intensifica la sua produzione, ma nei suoi tanti disegni
e dipinti l'artista non vuole mostrarci la bellezza classica, tradizionale
dalle proporzioni armoniose: gli interessa la poesia dei poveri
oggetti di uso quotidiano oppure la banalità di un'anonima strada
in cui le figure umane s'intravedono appena, lievemente accennate in una
sfuggente incorporeità. Con pennellate rapidissime, quasi calligrafiche,
Filippo De Pisis tratteggia la visione di un mondo che sembra dissolversi
in macchie evanescenti di colore, tutto viene colto nella sua angusta
caducità e pare quasi svanire in una luce diafana ed irreale. Ogni
cosa è un'apparenza sfuggente e non c'è nulla di certo,
di assoluto che possa essere rappresentato della realtà. Tutto
si modifica e decade: non solo il fiore reciso in un vaso, ma il nudo
maschile di un ragazzo o il giovane volto di un marinaio sembrano preludere
al disfacimento cui andranno incontro nel corso del tempo. Persino il
paesaggio, le vedute di grandi città come Roma, Parigi,
Milano, Venezia sembrano vibrare, tremolanti d'incertezza e di
ribellione contro il passare dei secoli che non risparmierà il
loro fascino, la loro bellezza architettonica dall'ineluttabile decadenza.
La realtà dipinta da De Pisis vuole rappresentare la drammatica
essenza della vita in cui il tempo se ne va, modificando impietosamente
le cose piccole e grandi. Una vita così fragile, così breve
da lasciarci senza risposte nel tentativo di comprenderne il senso.
Resta solo la malinconia e il mistero del silenzio.
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