GIUSEPPE MIGNECO
 
 
LA BELLEZZA ECCELSA DELL’UMILTA’
 

Siciliano di Messina Giuseppe Migneco era nato nel febbraio del 1908. Dopo gli studi liceali, nel 1931 si trasferì a Milano per frequentare la facoltà di Medicina, ma già due anni dopo abbandonò l’università, avendo scoperto una vera e propria vocazione per la pittura. Erano gli anni in cui il regime fascista imponeva un ritorno all’ordine a tutta la Cultura italiana ed anche l’arte vi si doveva allineare, costretta dalla retorica ufficiale alla rappresentazione di valori pretestuosi e di immagini monumentali. Scultura e architettura ne furono principalmente condizionate, ma anche la pittura fu obbligata a bandire temi di carattere sociale o eccessivamente realistici che potessero mostrare la diffusa povertà di quell’immensa provincia italiana sofferente e dimenticata dalla storia.
La sensibilità del giovane Migneco gli imponeva una visione veritiera e realistica del mondo che non poteva esaurirsi nei miti falsi e trionfalistici del suo tempo. I ricordi della Sicilia, gli anni trascorsi fra la campagna e il mare tornavano nitidi nella dimensione della sua memoria. Ed erano ricordi di uomini ricurvi sulla terra a raccogliere i cesti di limoni, di pescatori dai volti riarsi dalla salsedine e dal sole o di contadine che un’immensa fatica aveva sfigurato anzitempo nella giovanile bellezza. Erano i ricordi del distacco, della struggente partenza dell’emigrante.
L’incontro e la frequentazione milanese con molteplici intellettuali indurrà Migneco a fondare, assieme ad altri artisti, un nuovo movimento pittorico alla ricerca di un’arte che fosse più impegnata ed attenta alle vicende sociali. Nasce “Corrente” con l’apporto di esperienze e stili diversificati, quelli di Birolli, Guttuso, Manzù, De Grada, Sassu che vogliono recuperare una più sincera e autentica rappresentazione dell’esistenza in cui ciascun individuo si vede costretto ad affrontare una lotta per la sopravvivenza attraverso la fatica, l’umiliazione e il dolore.
I dipinti di Giuseppe Migneco si rivelano espressionisti nel rappresentare una dimensione mediterranea con le sue forme spigolose, la solennità delle figure, i colori esasperati e resi uniformi dalla luce. Il rosso, il giallo, il verde, il blu appaiono intensi e privi di ogni sfumatura per i riverberi abbaglianti del sole che ne esalta i contrasti, mostrando anche i segni fisici della fatica di uomini e donne, della loro sofferenza e il disfacimento di quei volti scavati, troppo presto invecchiati dalle tante sconfitte, dalle antiche malattie del corpo e dell’anima.
Una capacità espressiva quella di Migneco che si richiama, per certi versi, alla tradizione del verismo verghiano, in cui gli umili personaggi del mare e della campagna si rassegnavano alla sconfitta ineluttabile, vinti com’erano da un destino avverso e impietoso che li emarginava dal mondo e dalla storia. Come nelle pagine migliori dello scrittore, anche nei magnifici dipinti di Migneco si coglie un sentimento dolente della vita raffigurato in quel mondo primordiale e derelitto di persone, apparentemente senza speranza e senza futuro.
Eppure, a ben guardare i quadri del pittore siciliano, non vi traspare affatto il senso della sconfitta, né alcuna frustrazione per una povertà ingiustamente subìta. Vi scopriamo invece la dignità dell’onesto lavoro, la serena consapevolezza di chi ha compiuto il proprio dovere nello svolgere il compito, la missione che gli è stata affidata dalla vita. Valori autentici e sempre attuali che prescindono dal tempo, dallo spazio o da qualsiasi latitudine.
Giuseppe Migneco avrebbe continuato a dipingere i suoi personaggi con la convinzione che l’arte è un’esperienza assoluta ed esclusiva per la comprensione stessa dell’esistenza.
Lo avrebbe fatto sino alla sua morte, avvenuta a Milano nel febbraio 1997, continuando a rappresentare come sempre, da grande artista, la bellezza eccelsa dell’umiltà.




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