MARIO SIRONI
 
 
IL DIFFICILE MESTIERE DI VIVERE
 
Mario Sironi è certamente fra i maggiori e più controversi artisti italiani del Novecento. L'ingiusta accusa di avere assecondato le manìe di grandezza del fascismo con le decorazioni monumentali, che gli erano state commissionate dal regime, hanno pesato a lungo sul giudizio della critica e del mercato che lo hanno quasi ignorato fino agli Ottanta. Eppure Sironi resta un grande innovatore di tecniche pittoriche e un sensibilissimo spettatore dei primi cinquant'anni del '900 di cui aveva compreso le laceranti contraddizioni.
Nato a Sassari nel 1885 in una famiglia medio-borghese, fu avviato dal padre ingegnere agli studi universitari che abbandonò ben presto per dedicarsi all'arte, in particolare alla pittura nelle sue forme più moderne ed originali. Anche per questo scelse di trasferirsi a Roma aderendo entusiasticamente al Futurismo allora trionfante attraverso i manifesti dell'arte e della letteratura. A Roma frequenta assiduamente lo studio di Giacomo Balla, dove incontra numerosi artisti che, alla vigilia della prima guerra mondiale, costituiscono il più innovativo gruppo d'avanguardia italiano. Un gruppo di amici ed intellettuali, determinati a rimuovere ogni forma di provincialismo pittorico, legato ancora all'accademismo figurativo ottocentesco, per sostituirvi tecniche sempre più originali in nome del progresso, dell'ardimento, della velocità.
Sironi si dedica, quindi, al collage, sperimenta un uso nuovo del colore e dei volumi - ispirati stilisticamente al cubismo - e i temi di questi anni sono di matrice futurista: l'aeroplano, l'elica, l'atelier delle meraviglie. E' il tempo in cui l'Italia si accinge a partecipare alla Grande Guerra col suo esercito, nel quale il pittore si arruola volontario assieme all'inseparabile amico e collega Umberto Boccioni. L'esperienza della guerra fu per lui traumatica: non solo vi perde la vita l'amico Boccioni, ma in particolare troppo alto è stato il prezzo pagato agli ardimentosi miti futuristi che si sono rivelati ingannevoli e dalle conseguenze tragiche nella conta dei morti. Si spegne in lui la fiducia in un progresso inarrestabile e senza limiti.
Nel corso degli anni '20 Sironi si trasferisce a Milano e matura uno stile sempre più personale, sensibile alla tensione metafisica dei paesaggi urbani, delle grandi piazze solitarie dominate dal silenzio e dall'abbandono. Sarà il tema prevalente dei suoi quadri migliori, caratterizzati da una visione quasi profetica della crisi cui va incontro l'uomo contemporaneo, sempre più condizionato dalla ripetitiva massificazione di una società industriale, popolata da città senz'anima, anonime e fumose. Paradossalmente i simboli del progresso futurista che, anni prima, lo avevano esaltato - la fabbrica, la macchina, la sfrenata corsa all'avvenire - gli appaiono ora come segni illusori di un'irreversibile decadenza verso l'incomunicabilità e la solitudine esistenziale.
E' la sua una riflessione amara ed angosciata sul tema della nuova "civiltà urbana" delle officine, dei camion delle desolate periferie abbruttite da caseggiati squadrati e ciminiere che sembrano emergere dal nulla. Nel voler sottolineare il grigiore, il disagio, le cupe atmosfere di città deserte, Sironi adopera colori densi, quasi bituminosi, che rappresentano matericamente la malinconia stessa dell'esistere, di un mestiere di vivere che si fa sempre più difficile e doloroso.
Tuttavia quella di Sironi è una personalità poliedrica sempre attratta dalle nuove sperimentazioni tecniche; dagli anni Trenta abbandona "la pittura da cavalletto" e si dedica ai grandi affreschi per alcuni Palazzi istituzionali del fascismo. E' la stagione dell'arte murale decorativa italiana voluta dal regime per rappresentare se stesso nel modo più monumentale. Mario Sironi ne diventa il principale esecutore attraverso affreschi, mosaici, bassorilievi che - pur condizionati nei soggetti da una retorica imperiale - riveleranno la grande arte di un Maestro che seppe rappresentare anche le opere e i giorni dell'esistenza umana come i veri valori in cui credeva: il lavoro, la famiglia, la dignità onesta del vivere quotidiano.
Finita la seconda guerra mondiale e caduto ingloriosamente il regime fascista, Mario Sironi si ritira nel suo studio e torna alle opere sul cavalletto che riprenderanno i temi intimisti della sua migliore stagione creativa. Gli ultimi anni sono tormentati da condizioni di salute sempre più precarie e funestati dalla scomparsa della figlia suicida.
Muore dimenticato a Milano nel 1961.



 

 © 2003 Giuseppe De Rosa All rights reserved

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